La sperduta e affascinante ‘Kolyma’ dove l’URSS esiste ancora

Kolyma, basta la parola per toccare con mano la storia in un viaggio dal sapore d’altri tempi. La Kolyma si trova nell’estremo oriente russo dove la Russia finisce e l’Unione Sovietica ricomincia. Luoghi sperduti, luoghi dove sono morti circa tre milioni di deportati dove, come ha scritto Aleksandr Solzenicyn «nessuno piangeva, l’odio prosciugava le lacrime».

Lungo la Kolyma il tempo si è fermato

La ‘strada delle ossa’, così ribattezzata in memoria dei prigionieri deceduti per costruirla, per i viaggiatori temerari inizia a Yakutsk. La capitale della Repubblica di Sakha è nota per il freddo, per la neve, per le nebbie, per le case costruite su palafitte perché il sottosuolo è permafrost. È la città che fu di popoli nomadi, gli evenchi, i tungusi per arrivare agli odierni jakuti. Il viaggio di oltre duemila chilometri da Yakustk a Magadan entra nel vivo con l’attraversamento del fiume Lena a bordo di una obsoleta chiatta mercantile. A Nizhny Bestyakh inizia la Federal road, la mitica ‘P504’. La sperduta Siberia non è solo desolazione, natura e ricordi di luoghi atroci, ma anche segreta culla di tesori che risalgono ad oltre cento anni fa. È il caso della chiesa lignea ortodossa del kolkhoz (fattoria collettiva) di Cherkekh.

‘Poydem, poydem, idet dozhd’

«Poydem, poydem, idet dozhd’ (andiamo andiamo, sta piovendo)» ci urla Sasha, il nostro autista, sciamanista convinto. La pioggia è nemica perché gonfia i torrentelli che cancellano le strade già di per sé difficili rendendole un pantano. L’obiettivo è imbarcarsi sull’ultimo traghetto che ci conduce dall’altra parte del fiume Aldan. Sistemati sulla chiatta organizzata come un ‘puzzle’, la nostra jeep diventa una piccola (puzzolente) cucina improvvisata. Aringhe, formaggio, salumi, qualche bicchierino di vodka. Colonne d’acqua, nuvole nere, sprazzi di cielo azzurro e lo skyline di alberi, rendono la lenta navigazione un quadro in movimento.

I colori della taiga

La taiga regala colori stupendi. Intere aree di alberi prima di colore verde, poi giallo ed infine di un oro che riflette, quasi abbaglia. Il traffico è nullo. Di tanto in tanto qualche Buhanka, le ‘pagnotte’, ovvero le mitiche Uaz che fungono da taxi collettivo tra un insediamento e l’altro.

Oymyakon, il regno del gelo

Su e giù dai passi, tra salite e tornanti si scorgono mezzi finiti giù nella scarpata. Circondati da panorami naturali di rara bellezza tra il selvaggio e l’inimmaginabile, entriamo a Oymyakon, il regno del gelo, dove la colonnina di mercurio non trova ostacoli a picchiare anche sotto i -60 gradi. Un tabellone ricorda che il valore record è stato di 71,2 gradi sotto zero. In direzione Ust-Nera c’è il ‘Cafè Kuba’, un container adibito a ristoro, tappa obbligatoria per i temerari esploratori della Kolyma. All’interno l’odore è quasi nauseabondo ma incredibilmente c’è una stabile connessione internet.

Ust-Nera, lungo le rive dell’Indigirka

Il tenebroso villaggio di Ust-Nera, vecchi palazzoni di epoca sovietica sparsi senza ordine, giace tra le montagne lungo le rive dell’Indigirka. Tra aggressivi cani randagi, illuminazione pressoché nulla, tubazioni del gas arrugginite che potrebbero esplodere da un momento all’altro, i container marchiati ‘CCCP’ sono la tangibile prova che da queste parti l’Unione Sovietica è viva più che mai. Nelle terre dove la polvere d’oro viene estratta a tonnellate si viaggia nel silenzio più assoluto tra infinite distese di alberi dorati: il paesaggio è stupendo.

La città fantasma

Kadykcan è la città fantasma che fino al 1982 era un villaggio-dormitorio per i minatori di carbone e le loro famiglie in questo lembo dimenticato da Dio. Nessun recinto, nessuna limitazione, per avvicinarsi a questi palazzi è una gimkana: rottami di automobili, furgoni, costruzioni collassate. La sensazione di vuoto, di smarrimento.

Lungo la strada delle ossa

Con Mosca sempre più lontana il villaggio di Susuman è una roccaforte di nostalgici della bandiera con falce e martello. Dalla facciata di quella che un tempo era la scuola tecnica, spunta il muso di un vecchio Ilyushin-18. Tutto merito dell’idea di Aleksandr Smirnov, l’allora capo officina. Inizialmente le autorità erano contrarie a questo “colpo di testa architettonico” ma successivamente venne autorizzato. Il Cafè Laryukovaya è una graziosa area di servizio, luogo di scambio di informazioni per chi viaggia lungo la ‘strada delle ossa’, dove si possono trovare deliziose bulochka (una sorta di krapfen) ripiene di marmellata di mele.

Nostalgici di falce e martello

Il paesaggio è lunare. Ad Atka c’è il monumento dedicato alla falce e al martello.

Quasi all’improvviso ecco Magadan, città rimasta a cinquant’anni fa. Le strade che conducono ai quartieri dormitori hanno nomi che riportano al passato, piazza Komsomolskaya, viale Karl Marx, via Sovetskaya o via Dzerzhinskogo. A dare quel tocco di modernità è un ristorante che serve piatti internazionali e persino vini italiani. Nella città che fu centro di smistamento dei prigionieri e che ancor oggi è conosciuta per questa infamia, è stato eretto un memoriale ribattezzato la ‘Maschera del dolore’ per non dimenticare, mai.

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