Serbia: distratti dalle guerre di copertina ci sfuggono i guai sotto casa

È dai lontani tempi di Milosevic che la politica internazionale inciampa per ignavia sulla Serbia. Jugoslavia allora, anni ’90, la terra degli slavi del sud condivisa litigiosamente tra cugini serbi e croati, i primi più a sud e per secoli parte dell’impero ottomano e di cristianità bizantina, i croati più a nord sotto l’impero asburgico e la Chiesa di Roma.

24 marzo 1999, Jugoslavia

Nel 1999, la NATO intervenne militarmente contro la Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro). L’intervento, iniziato il 24 marzo e durato 78 giorni di bombardamenti, fu motivato dalla crisi umanitaria in Kosovo e dalla repressione della popolazione albanese da parte delle forze serbe. Carezze rispetto ad un solo giorno di quanto sta accadendo da oltre un anno alla popolazione palestinese a Gaza, con mondo assente e quindi complice.

Serbia, 28 giugno 2025

La battaglia di Kosovo Polje del 28 giugno 1389, il Vidovdan (il giorno di San Vito) secondo il calendario gregoriano. A 639 anni di distanza, ancora si discute e ci si scontra sul significato di questo evento. E comunque lo si rincorre nella confusione anche storica degli eventi che si ripetono -motivazioni che mutano nei secoli-, ma sempre evocando in qualche modo il ‘Vidovda’.

Protesta civile con primi accenni di violenza

Blocchi, disobbedienza civile, inviti allo sciopero, resistenza fiscale, solo alcune delle azioni in corso. Mobilitazione di studenti e cittadini che si protrae ormai da mesi. Scioperi, chiusura di atenei, scontri di piazza e tentativi di repressione violenta. Ma il giorno di San Vito è rabbia è stata anche patriottica. Nessun rimpianto ‘milosceviano’ precisano i leader giovanili di Belgrado, ma le coincidenze ci sono. Fu Slobodan Milošević, nel 1989 in Kosovo, a vantare una Serbia ‘bastione d’Europa’. Allora finì male, come nel 1999 con i bombardamenti Nato, ma Belgrado letta da destra o da sinistra, insiste. Con qualche legittimo sospetto di ‘interferenze colorate filo occidentali’ sulle proteste giovanili dell’allora ‘Otpor’.

Kosovo serbo ferita ancora aperta

A distanza di oltre trent’anni, il Kosovo è ancora uno dei punti nevralgici della società serba, tant’è che la stragrande maggioranza dei cittadini serbi continua a percepire il Kosovo come parte integrante della Serbia e a basare su questa convinzione le proprie opinioni politiche, come rileva Danijela Nenadić per l’Osservatorio Balcani e Caucaso. Centocinqanta, duecentomila manifestanti in piazza Slavja. Il giorno prima della protesta, gli studenti avevano posto un ultimatum con due richieste: convocare elezioni politiche anticipate e smantellare il cosiddetto ‘Ćaciland’, bastione del Partito progressista serbo (SNS) in centro a Belgrado. Protesta studentesca con forti venature nazionalistiche contro un governo di ultra destra con trascorsi difficili da farsi perdonare. I media governativi, la tv pubblica per prima, a parlare di tentativi di colpo di stato e di caos pianificato.

Futuro del Paese in bilico

Altrettanto interessante la settimana dello storico Davide Galluzzi in Serbia, tra Belgrado e Novi Sad e a Subotica, nella provincia autonoma della Voivodina. Un riferimento non casuale visto che le manifestazioni che, da mesi, sconvolgono il Paese sono nate proprio in seguito al crollo di parte della ferrovia di Novi Sad, appena ristrutturata. Ma prima dei riferimenti pan slavi, il 22 giugno, la capitale la capitale balcanica è stata attraversata da cortei pro-Palestina, «in questo caso taciuti da buona parte dei mass media europei».

Le piazze di Belgrado

Un locale, a pochi passi dalla centralissima Trg Republike, con in vetrina cartelli inneggianti lo scioglimento della NATO e una bandiera palestinese. L’Organizzazione serba per il sostegno al popolo palestinese, questo il nome del collettivo, ha poi effettivamente organizzato la manifestazione chiedendo l’interruzione del commercio di armi con Israele. Sporco affare per il governo Vucic. Tra il 2023 e il 2024, la vendita di munizioni serbe a Israele è balzata da 1.4 a 42.3 milioni di euro. Il governo con mossa opportunista blocca quella provvidenziale fonte di soli con l’attacco all’Iran.

La cronaca degli scontri

I gruppi studenteschi, uniti ai collettivi e a numerosi lavoratori, hanno lanciato ufficialmente il guanto di sfida al governo serbo con la partecipata protesta del 28 giugno. Con Davide Galluzzi che cita il 28 giugno, ma del 2001, «quando Milošević fu stato trasferito al Tribunale de L’Aia, andando incontro al suo destino»Il 28 giugno 2025 è finito con scontri, feriti ed arresti. Ulteriore testimonianza del clima teso, in piazza a Belgrado anche dal gruppo ‘Studenti 2.0’, organizzazione vicina a Vučić. Le piazze di Belgrado attraversate non da un’unica anima, quella del sentimento anti-Vučić, ma da più sensibilità.

 

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