
«I numeri parlano chiaro: se gli Stati Nato avessero tutti speso il 3,5% del PIL per la difesa lo scorso anno, ciò avrebbe significato circa 1,75 trilioni di dollari. Raggiungere i nuovi obiettivi significherebbe spendere centinaia di miliardi di dollari in più all’anno, rispetto alla spesa attuale. Una cifra astronomica che appare politicamente ed economicamente insostenibile per la maggior parte degli alleati europei». L’opinione del generale su Analisi Difesa.
«La struttura stessa dell’accordo tradisce la sua natura propagandistica: 3,5% per le spese militari tradizionali e 1,5% per una categoria generica che include “protezione delle infrastrutture critiche, difesa delle reti, preparazione civile e resilienza». Una definizione così vaga da permettere a ogni paese di inserirvi qualsiasi voce di spesa e dichiarare di aver rispettato gli impegni, come ha fatto l’Italia con artifici contabili, con la presidente Meloni che scopriva di aver raggiunto la soglia del 2% per la difesa.
Analisti e funzionari hanno riferito a Reuters che spendere il 5% del PIL per la difesa era politicamente ed economicamente impossibile per quasi tutti i Paesi NATO, con miliardi di dollari di finanziamenti extra. La Germania, storicamente riluttante negli investimenti militari, nonostante la sparate politiche del neo Cancelliere Merz, e paesi come Italia e Canada che nel 2024 ha speso realmente solo l’1,3% del PIL per la difesa. A questo punto, o cambi la natura culturale, politica ed economica dell’Europa, Italia per prima, o qualcuno prima poi dovrà confessare che attorno a Trump e Rutta all’Aia, c‘era una schiera di servi.
Bugia chiave, molto baltica e Von der Leyen, «la possibilità di un confronto militare diretto e vincente con la Russia». La dichiarazione finale parla di «minaccia a lungo termine posta dalla Russia alla sicurezza euro-atlantica», ma evita di menzionare la ‘guerra di aggressione in Ucraina’ che qualcuno a Bruxelles ha dovuto ingoiare. L’imbarazzo dell’Alleanza di fronte al fallimento della strategia ucraina e l’indisponibilità di Washington attuale ad un confronto con Mosca.
La realtà è che dopo oltre tre anni di conflitto, miliardi di dollari in aiuti militari e l’imposizione del più severo regime di sanzioni della storia moderna, la Russia non solo resiste ma sta vincendo sul campo. «L’idea che raddoppiare o triplicare la spesa militare possa cambiare questi equilibri strategici appare come un esercizio di ‘wishful thinking’ (pio desiderio, illusione, fantasia), piuttosto che una seria analisi geopolitica, anche perché in questi oltre tre anni i costi di materie, prime, energia e prodotti militari sono più che triplicati in Europa».
Il segretario generale Rutte che ha persino ipotizzato scenari apocalittici in cui qualsiasi mossa cinese su Taiwan sarebbe coordinata con la Russia, il che ‘terrebbe l’Europa impegnata’. Fantascemenze su cui Remocontro vi ha già informato. Un servilismo che ha fatto scrivere all’opinionista Arnaud Bertrand: «Abbiamo raggiunto l’apice del vassallaggio europeo, perfino i servi medievali avevano più rispetto di sé.
Uno dei pochi aspetti significativi del vertice è stato il ‘non detto’: l’adesione dell’Ucraina alla NATO completamente sparita dall’agenda ufficiale. Nei vertici precedenti, l’adesione ucraina era un ‘obiettivo strategico irrinunciabile’. Revisione delle ambizioni senza il coraggio di ammetterlo. Peggio: l’inclusione delle spese per l’Ucraina diventa un espediente contabile per gonfiare artificialmente i numeri, e nessuna vittoria rapida in vista.
Il più coraggioso nell’esporre le contraddizioni dell’Alleanza -dobbiamo riconoscerlo-, è stato Guido Crosetto. Il ministro della Difesa italiano ha dichiarato che la NATO ha perso la sua rilevanza nella forma attuale poiché il panorama geopolitico è cambiato, affermando che «la NATO non ha più ragione di esistere». Speriamo che la sua premier gli presti attenzione. «Il centro del mondo non sono più USA e UE. La NATO si adegui ai tempi cambiati». Il sud del mondo: «O la NATO parla con il Sud del mondo oppure non raggiungeremo l’obiettivo di avere sicurezza all’interno di regole che valgano per tutti».
«È morta la multilateralità. L’ONU conta come l’Europa nel mondo, niente. Meno di una nazione». Una diagnosi che mette in discussione non solo la NATO ma l’intero sistema delle istituzioni internazionali occidentali.
«Incapace di gestire efficacemente la crisi ucraina, la NATO cerca di reinventarsi trovando nuovi nemici. Alla vigilia del vertice, Rutte ha intensificato la retorica ostile nei confronti della Cina, definendo l’espansione militare di Pechino ‘senza precedenti’, e una minaccia diretta per l’Occidente. ‘Non stanno accumulando forze per parate a Pechino’». Ed ecco inventato uno scontro su due fronti: in Europa contro la Russia e in Asia contro la Cina. Con l’assurdo di un’alleanza nata per la difesa del Nord Atlantico possa estendere il suo mandato fino al Pacifico.
L’impegno a «eliminare le barriere commerciali della difesa tra gli alleati e a “sfruttare le partnership per promuovere la cooperazione industriale della difesa». Un regalo di centinaia di miliardi al comparto industriale militare europeo e soprattutto americano. «E la retorica di Rutte -denuncia il generale-, trasforma la NATO da alleanza militare in cartello industriale, dove la sicurezza diventa un pretesto per trasferimenti massicci di denaro pubblico verso il settore privato della difesa».
«Il vertice dell’Aia ha messo in luce una NATO che sembra più interessata a giustificare la propria esistenza che a fornire sicurezza reale ai suoi membri. Gli obiettivi irrealistici, la dipendenza dai capricci di un presidente americano sempre più disinteressato agli affari europei, l’incapacità di adattarsi alle nuove realtà geopolitiche e la scomparsa di qualsiasi visione strategica coerente fanno della NATO del 2025 un’organizzazione in piena crisi esistenziale».