Europa in confusione e il nemico utile per nazionalismi logori

«Europa, mai consultata dalle principali forze in campo sulle loro scelte e le loro azioni. Per nulla omogenea al suo interno, l’Unione europea impiegherà dieci anni e più per sviluppare quella ‘capacità di combattimento’ che governi, ministri e generali reclamano come urgenza massima senza alternative».

Tra dieci anni ancora l’Europa di una classe politica inetta?

Il professor Marco Buscetta non fa sconti neppure al trust di ‘cervelloni’ concentrati al vertice Nato dell’Aja senza convincere nessuno. Dieci anni a inseguire la minaccia armata ‘post sovietica’ di Mosca. «Ma anche la più superficiale valutazione delle circostanze concluderebbe che si tratta di un arco di tempo del tutto incompatibile con il ritmo assunto dalla crisi globale e dai conflitti in cui essa si manifesta. A che punto saremo tra dieci anni? Il riarmo a quel tempo potrebbe essere stato reso superfluo da nuovi equilibri mondiali, impedito da una sconfitta preventiva o travolto da crisi interne dell’Unione o dei suoi singoli membri». Insomma, dal vertice Nato dell’Aia, una serie di scemenze e menzogne senza freno.

Attacco preventivo alla israeliana?

«Se il ‘nostro Nemico’, la Russia, la Cina, i Brics o qualunque altro Satanasso, ragionasse come Israele e gli Usa a proposito del programma nucleare iraniano, allora provvederebbe ad attaccare sui suoi confini occidentali ben prima che il riarmo europeo abbia conseguito risultati significativi. Ma non lo farà per una semplice ragione: semmai ne avesse l’intenzione (e nessuno è stato in grado di spiegarne il perché) non ne avrebbe comunque la forza anche allo stato attuale degli arsenali occidentali e degli assetti geopolitici».

Partita economica e culturale

Oltre gli interessi economici che lo muovono, l’enfasi sul programma di riarmo europeo, per il professor Bascetta hanno uno scopo più culturale e politico che tecnico e militare. «Quello culturale è ricondurre la guerra nell’orizzonte mentale dei cittadini europei, sottraendola a quello stato di aborrita eccezionalità in cui la seconda metà del Novecento l’aveva relegata. E, contestualmente, riottenere dalla popolazione la perduta disponibilità al sacrificio».

Disarmo o controllo degli armamenti

Lo scopo politico è invece lo stravolgimento se non la cancellazione totale della sfera diplomatica. «Quest’ultima, per vocazione e per ruolo, ha sempre avuto il disarmo, o perlomeno il controllo degli armamenti, come baricentro della sua azione. La corsa al riarmo, che è l’antitesi stessa di ogni logica diplomatica, si esprime invece in un linguaggio primitivo e privo di sfumature: il linguaggio della deterrenza, fondato su una concezione quantitativamente crescente della forza».

Alberto Negri a Stalingrado

«Due partigiani, un ucraino e un polacco, nell’inverno del 1943 escono dal loro rifugio e chiedono con apprensione a quelli che incontrano: “Come va la battaglia di Stalingrado dei russi contro i nazisti?”». Abbiamo lasciato mano libera a Netanyahu di incendiare il Medio Oriente, denuncia sul manifesto di stamane. «Ma quando la casa del tuo vicino brucia anche la tua casa potrebbe bruciare: questo gli americani, a migliaia di chilometri da qui, non l’hanno mai capito. La guerra in Afghanistan nel 2001 è costata migliaia di morti e di profughi, per poi restituire il Paese ai talebani. In Iraq nel 2003 abbiamo gettato uno stato nel caos, nella guerra civile e nel jihadismo. Per non parlare della Libia, divisa, ferita e in mano a bande criminali che colpevolmente anche noi italiani accettiamo e foraggiamo».

Se Netanyahu comanda Trump e Trump comanda l’Europa…

«Ma queste cose forse Trump non le sa o fa finta di ignorarle: lui non sa neppure che cosa è stata Stalingrado. E soprattutto ha persino sbeffeggiato i suoi servizi segreti dando credito a quelli israeliani che assegnavano già all’Iran una bomba atomica. Invece di continuare a negoziare con Teheran si è fatto imporre l’agenda di Netanyahu: Israele ha attaccato l’Iran quando, dopo due giorni, si dovevano tenere incontri in Oman tra Washington e Teheran». In Medio Oriente secondo Netanyahu e soci deve esistere solo un colonialismo, quello israeliano che decide non soltanto la sorte dei palestinesi ma quella degli Stati di tutta la regione.

Europa poco e niente

«E noi qui, in Europa e nel Mediterraneo, cosa abbiano da dire? Poco o nulla: il presidente Usa non ci considera degni interlocutori, a Israele, governata da un ricercato della corte penale internazionale, non imponiamo neppure una sanzione. Dovremmo ribellarci ma per farlo ci vuole una dignità che forse non abbiamo. E non siamo degni neppure della memoria di Stalingrado».

E qui torna l’analisi di Marco Buscetta

Nei giorni che hanno preceduto l’attacco americano all’Iran in molti attribuivamo i tentennamenti di Trump alla contraddizione,tra gli isolazionisti del Maga contrari all’avventura bellica, e gli interventisti del suo gabinetto favorevoli a scendere in campo. «La decisione finale del capo conferma un fenomeno politico ben noto. I regimi autoritari, e i fascismi in particolare, hanno sempre avuto bisogno di forze movimentiste per conquistare il potere (anche e soprattutto per via elettorale) ma immancabilmente le hanno dovute eliminare una volta insediati nel cuore dello stato per poterlo gestire senza intralci. È successo a Mussolini così come a Hitler».

Fascismo americano

Anche per Trump, ora i fanatici del Maga stanno diventando ingombranti. Ma non è un’America in ritirata dagli scacchieri globali quella al vertice Nato dell’Aja. Escalation generale con la pretesa che i Paesi dell’Unione si facciano sempre più carico dei costi della difesa degli interessi occidentali sostenuta da Washington con ricattatoria insistenza.

«Ma per quanto decida di dissanguarsi nella corsa al riarmo il peso dell’Europa su questo piano resterà modesto. Il tempo della competizione è corso via veloce. Le carte su cui gli europei avevano puntato erano altre e decisamente migliori. A cambiare gioco ora c’è tutto da perdere. A esclusivo vantaggio di Putin, Trump e delle loro opache affinità elettive».

 

 

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