
L’incertezza e le incognite hanno provocato un esodo dal dollaro dando inizio ad una fase che potrebbe ridefinire il sistema internazionale. La de-dollarizzazione procede a ritmi accelerati, così le banche centrali hanno aumentato le loro riserve d’oro a livelli record.
Gli Stati Uniti detengono il 22,7% delle riserve delle banche centrali di tutto il mondo. Al secondo posto troviamo la Germania con 3.351 tonnellate d’oro e al terzo l’Italia con 2.452 tonnellate. Altri Paesi con riserve ingenti sono la Francia con 2.437 tonnellate, e la Russia, con 2.329 tonnellate. Al sesto posto della classifica c’è la Cina con 2.292 tonnellate d’oro, seguita dalla Svizzera con 1.040 tonnellate.
La reazione dei mercati all’attacco di Israele all’Iran sta confermando il cambiamento in atto nel sistema. Dopo le prime ore dei bombardamenti israeliani su Teheran il dollaro è stato oggetto di vendite. Per non dire dei Treasuries, dove l’effetto è stato ancora più vistoso: i titoli di Stato americani non sono oramai più considerati quali beni-rifugio a causa del debito pubblico e del caos istituzionale in cui Trump sta conducendo il Paese.
Ieri la Fed ha mantenuto i tassi invariati scatenando le ire del presidente americano contro «lo stupido e lento Jerome Powell che mi odia». Forse i mercati non odiano Trump, ma certamente non lo seguono. Condividono invece le prospettive della Fed che prevede un aumento dell’inflazione americana al 3%, riducendo quindi anche le possibilità future di taglio dei tassi. «Una Fed che resta ferma è noiosa» scrive il Financial Times «ma agli investitori va bene così» conclude perentorio.
Ma torniamo alla vertiginosa ascesa dell’oro e al suo record di mercato che ne ha fatto aumentare il valore del 30% da gennaio ad oggi. Gli investitori vendono dollari e comprano oro. A chi non va bene per nulla è la triade dei grandi fondi: Blackrock, Vanguard, Fidelity. I maggiori al mondo e tutti americani. Perché se l’oro diventa destinazione principale della liquidità diventa assai difficile sostenere l’offerta di quella varietà di prodotti d’investimento di cui si nutrono i grandi fondi. Milioni e milioni di clienti a cui garantire portafogli equilibrati e non sproporzionati al rifugio dell’oro che, come oggi è ai massimi, domani potrà essere soggetto a improvvisi ribassi.
L’incapacità manifesta degli Usa a mantenere il ruolo del dollaro che per decenni ha fatto da rifugio degli investimenti globali, toglie capacità d’investimento ai grandi protagonisti della finanza mondiale. Per quanto tempo ancora Trump potrà continuare a togliere e dare a piacimento alla triade che gestisce 30mila miliardi d’investimenti? La domanda giustifica il sorgere dei dubbi sulla tenuta politica dell’attuale presidente americano che, dopo aver scassato i conti pubblici con dazi e tagli delle tasse a debito, adesso deve giocarsi la carta della guerra all’Iran che potrebbe far saltare il banco della sua maggioranza repubblicana.
In questo scenario nelle stanze dei bottoni della finanza circola un’altra domanda che potremmo definire “esistenziale”: il dollaro perderà il suo ruolo di riserva valutaria mondiale? A Francoforte, nella sede della Banca Centrale Europea se ne discute dando sfogo a fantastiche ambizioni. Lo fa in una lunga intervista sul Financial Times la presidente della Bce Christine Lagarde che discute sul futuro dell’euro. Perché se l’oro è il candidato principale dei tempi di guerra e se il dollaro perde valore, è possibile incoronare l’euro a moneta di riserva mondiale, dice la dama di compagnia della moneta europea
«Aumentare lo status globale dell’euro porterebbe benefici tangibili: costi di prestito più bassi, ridotta esposizione alle fluttuazioni valutarie e isolamento da sanzioni e misure coercitive. Ma un simile passo verso una maggiore prominenza internazionale della nostra valuta non avverrà automaticamente: deve essere guadagnato». Bravissima, peccato che l’Unione Europea si trovi senza una leadership che le faccia guadagnare, per l’appunto, quella credibilità necessaria per attrarre investimenti al punto di far diventare l’euro una moneta globale. Ininfluente sui maggiori dossier geopolitici l’UE è impantanata sulla politica comune del debito.
27 debiti diversi che non hanno alcuna capacità e volontà politica di mettere sul tavolo questioni come l’unità bancaria o le politiche fiscali. A partire dalla Germania che dei 27 dovrebbe essere la forza motrice. La lista dei desideri di un euro globale resta un gioco da tecnocrati all’ora del the.