Romania, le presidenziali evitano il peggio ma il Paese è a rischio

Nicușor Dan, da lunedì presidente della Romania, dopo tre voti – uno annullato dalla Corte costituzionale per interferenze esterne, un nuovo primo turno e un ballottaggio – e alla fine di un processo elettorale complicato e unico. Dan, centrista ed europeista la cui candidatura non era affiliata a nessuno dei partiti tradizionali rumeni, bocciati in blocco assieme all’estrema destra di George Simion.

Marcel Ciolacu, the Prime Minister of Romania

Un matematico alla presidenza

Nicușor Dan, 56 anni, è il settimo presidente della Romania dal 2025. Matematico e attivista civico rumeno, è stato sindaco di Bucarest dal 2020 fino alle sue dimissioni per assumere la presidenza. Uno scienziato che ha lavorato in Francia con un master alla ‘École normale supérieure’ e un dottorato all’Università di Parigi 13. Tornato in Romania, Dan fondò la ‘Școala Normală Superiorioară Bucharest’ , ‘ per orientare gli studenti rumeni più talentuosi verso la ricerca scientifica, e divenne  assieme un attivista civico. Nel 2015, ha fondato l’Unione Salva Bucarest (USB), sulla lotta alla corruzione e sulla conservazione del patrimonio. Eletto deputato dal 2016, è stato eletto sindaco di Bucarest nel 2020 e di essere rieletto nel 2024. Candidato come indipendente alle presidenziali, ha ricevuto il 20,99% dei voti al primo turno, secondo per il ballottaggio dove ha affrontato il fondatore dell’Alleanza per l’Unificazione dei Romeni (AUR), George Simion , sconfiggendolo con il 53,6% dei voti. Dan si è candidato con un programma filo-occidentale, in contrasto con la posizione nazionalista ed euroscettica del suo avversario.

Per il presidente ‘il difficile inizia adesso’

La sua presidenza ora inizia tra molte difficoltà e problemi, tanto che ‘Politico’ ha definito quello che lo aspetta «un lavoro da incubo», sottolinea il Post.

Il primo compito di Dan sarà nominare un primo ministro, che in Romania detiene il potere esecutivo ma al contrario di quanto avviene in Italia condivide molte responsabilità con il presidente, soprattutto nel campo della politica estera e della sicurezza (è un sistema semi presidenziale). I due partiti che lo sostengono apertamente, i Liberali (PNL) e l’Unione Salva Romania (USR), non hanno abbastanza voti per la maggioranza, e Dan avrebbe bisogno del Partito Socialdemocratico (PSD), che però al momento sta discutendo se rimanere o meno all’opposizione.

Rischio ‘governo di minoranza’

Senza il PSD, Dan sarà costretto a formare un governo di minoranza mentre l’economia rumena si trova in gravi difficoltà. La Romania è sotto procedura per deficit eccessivo da parte della Commissione Europea dal 2020. Il rapporto tra deficit e PIL (cioè la differenza tra le entrate e le uscite dello stato, rapportate al Prodotto interno lordo) è del 9,3 per cento, molto sopra la soglia del 3 per cento fissata dall’Europa (il rapporto deficit/PIL dell’Italia è del 3,4 per cento).

Sacrifici per sopravvivere

L’obiettivo della Romania è di far arrivare entro l’anno prossimo il rapporto deficit/PIL al 7,5 per cento, e questo –sottolinea il Post- «è possibile soltanto in tre modi: alzando le tasse, tagliando le spese oppure grazie alla crescita economica». Crescita dell’economia rumena difficile da sollecitare e con risultati comunque non vicini, con il neo presidente costretto a decidere politiche economiche impopolari e di austerità. «Per dirla facile, lo stato rumeno sta spendendo più di quello che può permettersi», ha detto Dan nel suo primo discorso davanti al parlamento.

Ripristinare la fiducia nella democrazia

«E qui arriva forse il compito più difficile del nuovo presidente rumeno, che è quello di ripristinare la fiducia nella democrazia». Sintesi necessaria del recente passato. Dan ha vinto le elezioni dopo mesi molto turbolenti: a novembre la Corte Suprema rumena aveva annullato le elezioni vinte a sorpresa dal candidato ultranazionalista Călin Georgescu perché l’intelligence aveva riscontrato -tra molte polemiche-, interferenze russe per favorirlo. A Georgescu era stato vietato di partecipare nuovamente, e Simion aveva di fatto preso il suo posto. Oggi una parte consistente degli elettori di Georgescu e Simion ritiene che la vittoria di Dan non sia davvero legittima e che sia stata rubata all’estrema destra tramite la decisione della Corte costituzionale. ricorso alla Corte costituzionale senza successo e l’accusa politica di «colpo di stato».

La corruzione che si sta mangiando lo Stato

Ma anche molti elettori di Dan sono convinti che il sistema debba cambiare, e che i partiti tradizionali siano corrotti e inadatti al governo. Dan ha promesso di combattere la corruzione e di riformare il sistema giudiziario, attualmente ritenuto troppo vicino al potere politico. «Lo stato rumeno ha bisogno di cambiamenti strutturali all’interno dello stato di diritto, e vi chiedo di continuare a mettere pressione positiva alle istituzioni dello stato a favore delle riforme», ha detto, rivolgendosi ai cittadini rumeni, per poi aggiungere: «Chiedo ai partiti politici di agire nell’interesse nazionale».

Vecchio blocco di potere

Il 5 maggio 2025, all’indomani della sconfitta del candidato della coalizione di governo, Crin Antonescu, che non è riuscito ad accedere al ballottaggio delle elezioni presidenziali, il primo ministro romeno Marcel Ciolacu e presidente del Partito Social Democratico (PSD) ha dato le dimissioni spiegando che «la coalizione non è più legittima”, visto che il suo candidato non è riuscito ad arrivare al ballottaggio». La coalizione al governo di cui Ciolacu è stato premier è formata dal Partito Social Democratico (PSD), il Partito Nazionale Liberale (PNL) e dall’Unione dei Magiari della Romania (UDMR).

Fine di un sistema politico

La decisione del primo ministro Marcel Ciolacu di dimettersi dopo la sconfitta del candidato governativo segna la svolta sulla scena politica romena. Le dimissioni non sono tento un gesto di responsabilità politica (o di strategia) ma soprattutto il segnale del collasso di una coalizione fragile e molto discussa, divisa tra il Partito Socialdemocratico (PSD) e il Partito Nazionale Liberale (PNL), uniti da un patto di convenienza più che da una visione comune. L’alleanza PSD–PNL, pur controllando ancora molte leve del potere amministrativo e parlamentare, ha perso credibilità e rappresentatività

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