
«Come giuristi e docenti di diritto internazionale è nostro dovere richiamare la comunità internazionale e tutti gli Stati dell’Unione europea al rispetto dei propri obblighi attraverso l’adozione di tutte le misure possibili per porre fine al genocidio in atto».
La carovana solidale arriva nel luogo che più di altri simboleggia il genocidio: «c’è tutto, medici, ambulanze, aiuti, eppure non c’è niente perché dal 2 marzo Gaza è privata di ogni supporto. Dall’altra parte del muro giunge il boato soffocato delle esplosioni: in poche ore Israele ha ucciso oltre 120 palestinesi. E annuncia l’avvio dei ‘Carri di Gedeone’.
Chiara Cruciati sul manifesto: «di qua, sul lato egiziano, ci sono i paramedici e gli operatori della Mezzaluna rossa egiziana, ci sono le ambulanze ferme, ci sono due magazzini da 50mila metri quadrati talmente pieni di aiuti umanitari che stanno costruendo nuovi compound. C’è un sistema di accoglienza, stoccaggio e distribuzione degli aiuti provenienti da tutto il mondo che ha raggiungo livelli di organizzazione che un anno fa non esistevano. Tutto per rendere più rapida la consegna e abbattere il rischio che, a Gaza, arrivino prodotti danneggiati».
«Il valico è un non-luogo, surreale, il confine tra la vita e la morte e l’immagine plastica del genocidio: una popolazione prigioniera, affamata e bombardata, separata da aiuti salvavita, nell’ormai chiaro obiettivo di avviare un processo inesorabile di espulsione. In un luogo invivibile, non si può vivere». La carovana con l’intergruppo parlamentare per la pace tra Palestina e Israele, deputati di Avs, M5S e Pd, operatori umanitari e giornalisti. Srotolano uno striscione: «Stop complicitity», alzano cartelli, «Stop genocide now», «No impunity for international crimes», e sollevano i volti dei leader europei, Meloni, Macron, Von der Leyen, Kallas.
Operazione militare con l’obiettivo dichiarato di spingere la popolazione a sud, concentrata in uno spazio minimo. «Ieri 125 palestinesi uccisi dall’alba al primo pomeriggio, 36 ammazzati nella tendopoli di al-Mawasi a sud e l’assedio totale e il bombardamento dell’Ospedale Indonesiano a nord, ormai fuori servizio. Muhammad Zaqout, direttore generale degli ospedali di Gaza, ha denunciato oggi il fuoco aperto dall’esercito israeliano su medici e pazienti dell’Indonesian Hospital, gli spari dei cecchini su qualsiasi cosa si muovesse e quelli su terapia intensiva».
Le attiviste e gli attivisti palestinesi, usciti da Gaza negli ultimi mesi, parlano di sé, «che sono la storia di due milioni di persone», l’umiliazione dello sfollamento, la fame che consuma, il costante senso di morte che detta ogni minuto di ogni giornata. C’è rabbia per l’inazione del mondo, c’è il timore che il ritorno sia una chimera, come 77 anni fa. Vogliono azioni per fermare le aspirazioni israeliane alla pulizia etnica. Perché, lo dicono tutti, non rinunciamo a Gaza.
Non una gaza qualsiasi, ma una Gaza che possa fare da sé, ricostruirsi da sé. Mentre sui carri cingolati del Gedeone moderno, avanza chi vuole che Gaza debba essere invivibile.