
Leone XIV ha un doppio passaporto, americano e peruviano, e un profilo culturale e religioso che sintetizza tutte le parti migliori del poliedrico complesso di popoli e sensibilità di qua e di là del Rio Grande.
Robert Francis Prevost i meccanismi politici della Casa Bianca versione Trump li conosce alla perfezione. Ma soprattutto sa dove sono nascoste le trappole. Tre mesi fa di fronte alle parole del vice-presidente JD Vance, che si definisce un ‘cattolico devoto’, il quale aveva citato un passo di Sant’Agostino sull’ “ordine dell’amore” per cui non tutti dovrebbero essere amati allo stesso modo, ma bisogna distinguere coloro con cui si ha un “legame più stretto”, cioè i cittadini americani, Robert Francis Prevost, ancora Prefetto del Dicastero dei vescovi, aveva pesantemente bollato la presunta giustificazione teologica del globetrotter di Trump: «Vance si sbaglia, Gesù non chiede di esercitare in ordine gerarchico il nostro amore per gli altri».
Leggere oggi quella dichiarazione, dopo che proprio un uomo dell’Ordine di Sant’Agostino, è diventato il Pontefice numero 267, getta ulteriore luce sulla personalità e la determinatezza di Papa Leone XIV. Prevost utilizza il pragmatismo semantico americano, parole dirette, nessun timore del potere, nessun inchino. Ma lo lega alla sensibilità del pastore, del vescovo, del parroco latino-americano che interviene perché nel gioco sporco sono coinvolte le persone.
La sua visione globale, che ha sintetizzato nel discorso agli ambasciatori, disturba, così come inquieta l’esperienza transcontinentale che ha legato le Americhe nella sua vita e potrebbe unire altro nel corso del Pontificato in uno sguardo allargato all’interno pianeta.
Da questi primi passi è evidente che continuerà nell’opera di Bergoglio di «de-occidentalizzare la visione della Chiesa», consapevole della bontà strategica dell’impresa, vista la sua conoscenza diretta di migrazioni di massa, povertà strutturale, economia che uccide.