
La palese violazione del diritto internazionale da parte della Russia e la conseguente condanna dell’invasione espressa dalla maggioranza dei Paesi rappresentati all’ONU sono state la bussola che ha ispirato tutte le decisioni e giudizi successivi: sostegno finanziario e militare a Kiev senza condizioni, sanzioni economiche e isolamento della Russia, promesse di rapida integrazione dell’Ucraina nella Ue e nella Nato, censure e rimbrotti nei confronti delle poche voci critiche, inascoltate Cassandre, spesso bollate come filorusse. Corollario di questo quadro, i frequenti riferimenti alla Storia, interpretata tuttavia a senso unico, per cui si sono amplificati i richiami a Churchill contro Hitler, a un’Europa forte, unita e belligerante capace di fermare e respingere il neo imperialismo russo, a un’Ucraina pacifica e democratica eletta a vittima sacrificale delle mire del Cremlino, all’idea che come nel passato il mondo libero dovesse trionfare sulla dittatura per il solo fatto di essere eticamente migliore e persino più forte.
A poco o nulla sono servite le analisi della situazione sul campo, non frutto di propaganda, bensì confermate da fonti ucraine e occidentali, ovvero che i rapporti di forza nelle trincee e nel confronto armato erano e sono eccessivamente sbilanciati a favore della Russia. Questo nonostante la mole impressionante di armamenti ricevuti da Kiev nei tre anni di guerra. A poco o nulla sono serviti gli allarmi sull’effettiva capacità degli ucraini di resistere, considerando peraltro l’altissimo numero di diserzioni e fughe all’estero, nonostante la legge marziale e la propaganda patriottica e tenendo conto della superiore potenzialità produttiva della macchina bellica russa rispetto alle pur consistenti forniture occidentali.
A poco o nulla sono servite le constatazioni sull’effettiva compattezza dell’Europa e dell’Occidente, quando in realtà le opinioni pubbliche e le stesse capitali si sono progressivamente divise sull’andamento del conflitto e sulle possibili vie d’uscita, nonostante una pervicace narrazione ufficiale non più condivisa dietro le quinte dell’establishment politico ed economico. A poco o nulla sono servite analisi di natura economica, ovvero sul prezzo che l’Europa avrebbe pagato in conseguenza delle sanzioni, del taglio delle forniture energetiche e dei rapporti commerciali. E sul prezzo che pagherà domani: tagliata fuori dalle trattative di pace, ma caricata di responsabilità morali e finanziarie verso l’Ucraina.
In questo quadro, la presunta unità occidentale strideva con il fatto oggettivo che gli Stati Uniti moltiplicavano le vendite di armi, petrolio e gas, mentre l’Europa s’impoveriva e ne subiva anche i contraccolpi politici, con l’avanzata dell’estrema destra populista ed euroscettica in molti Paesi e soprattutto in Francia e Germania, aprendo crepe profonde nel ‘motore’ della Ue.
A poco o nulla sono serviti infine i richiami alla genesi del conflitto, che non nasce dopo l’invasione russa del 2022, bensì in conseguenza della destabilizzazione del quadro politico ucraino e delle spinte autonomistiche del Donbass russofono, sostenute da Mosca e represse da Kiev, rimaste sospese dopo il fallimento degli accordi di Minsk firmati nel 2014 e nel 2015. Accordi che riletti oggi disegnano una possibile fine del conflitto come un tragico gioco dell’oca, nel senso che centinaia di migliaia di morti e immense distruzioni ci riportano al punto di partenza: territori contesi che restano sotto controllo russo e che saranno probabilmente il prezzo che l’Ucraina dovrà pagare per la pace. In pratica, un ibrido e osceno riconoscimento della violazione di quel diritto internazionale che si voleva a tutti i costi difendere.
Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca il diritto internazionale, in Ucraina come a Gaza, va ancora più rapidamente in soffitta, con buona pace delle anime belle. La vecchia formula invocata inutilmente in Medio Oriente – terra in cambio di pace – in Ucraina si traduce in un cinico «terre in cambio di pace», laddove per ‘terre’ s’intende il granaio d’Europa, che sarà sfruttato dalle multinazionali del settore agroalimentare e ‘terre rare’, ovvero il ricchissimo patrimonio minerario dell’Ucraina su cui metteranno le mani in qualche modo gli Stati Uniti Quanto alle promesse di ingresso nella UE e nella Nato, rimarranno nell’aria, senza scadenza, accarezzate dalle prossime generazioni di ucraini impoveriti, disperati e soprattutto traditi.
Ciò che ieri veniva affermato come ‘irreversibile’ e ‘prossimo’, oggi –prima di Trump in trattativa con Mosca, NdR-,-, è considerato ‘illusorio’. Quanto ai richiami storici, l’unico che oggi sembra ancora considerabile è anche il più eticamente grottesco: il nuovo Muro di Berlino eretto in Ucraina, ovvero la riproposizione delle due Germanie, una protetta dall’Europa e dall’Occidente, l’altra, più piccola, controllata dalla Russia, in un limbo diplomatico e legale in attesa che si realizzi, come nelle favole, il sogno della riunificazione.