
Parlare di “inverno demografico” in Cina può sembrare un paradosso, visto che la popolazione ammonta a circa un miliardo e 400 milioni di persone. Eppure il Partito-Stato che governa dal 1949 la Repubblica Popolare lascia trapelare segnali di preoccupazione.
Il numero di persone in età lavorativa resta molto alto, ma è anche vero che sta diminuendo a un ritmo che le autorità non si attendevano. E il calo aumenterà ancor più nel prossimo decennio, facendo diminuire di quasi due terzi i potenziali lavoratori nel 2100.
I motivi sono piuttosto noti. L’inizio della decrescita si deve alla celebre “politica del figlio unico” inaugurata da Deng Xiaoping nel 1979 e durata sino al 2015. Tale politica mirava a ridurre le nascite ad ogni costo mediante aborto, contraccezione e sterilizzazione, in molti casi forzati.
La propaganda del Partito, a un certo punto, si vantò di aver impedito la nascita di 338 milioni di bambini. In seguito la rigidità fu allentata e, nel 2015, le coppie furono autorizzate ad avere due figli.
Si giunse poi, nel 2021, alla possibilità che una coppia potesse generare tre figli. Si noti tuttavia un fatto molto importante. Per ragioni legate alla cultura tradizionale cinese, i maschi sono considerati più importanti delle femmine. Ne consegue che la maggioranza degli aborti riguardava proprio le bambine.
Il Partito non aveva tuttavia calcolato lo squilibrio causato da tale tendenza tradizionale. Il risultato è che ora, nella Repubblica Popolare, i maschi superano di gran lunga le donne, con conseguenze piuttosto ovvie sul piano demografico.
Inoltre l’innalzamento del livello di vita e le aspettative lavorative rendono le coppie più restie alla riproduzioni rispetto ai periodi precedenti. Un fenomeno che in Occidente conosciamo bene. Una coppia preferisce destinare una buona parte della retribuzione all’acquisto di beni, agli animali domestici e allo svago piuttosto che ai figli.
Gli inviti dall’alto ad aumentare le nascite non hanno insomma avuto molto successo. I cittadini, proprio come accade da noi, gradiscono sempre meno che sia lo Stato a decidere di quanti membri dev’essere composto un nucleo familiare.
Le nascite in Cina, dopo aver raggiunto il culmine nel 1982, sono da allora inesorabilmente calate, e non vi sono affatto segnali di una inversione di tendenza.
Naturalmente tutto questo ha un’influenza diretta sull’economia che, com’è noto, per vari motivi sta subendo un rallentamento significativo. Il Covid, a dispetto della propaganda di Partito che sosteneva il contrario, non è affatto stato sconfitto.
Al contrario, la politica dei “lockdown” totali che continuano ad essere imposti in parecchie metropoli, ha rallentato il motore della locomotiva economica del mondo, causando problemi in ogni Paese per la crisi delle catene di approvvigionamento.
Vi sono stati inusuali (per la Cina) proteste pubbliche dovute alle enormi difficoltà di movimento. Ultimi a protestare gli operatori sanitari anti-Covid, costretti a indossare vestiti simili a scafandri in un clima torrido. La TV pubblica ha proiettato scene di svenimenti e di asfissia dovuti proprio a simili bardature.
Non pare, almeno dall’esterno, che Xi Jinping possa avere problemi per il suo terzo mandato, che dev’essergli conferito dal 18° Congresso del Partito che si terrà in novembre. Tuttavia la situazione generale del Paese è meno brillante del previsto.
Forse il leader dovrà fronteggiare un certo malcontento che serpeggia nel PCC per parecchi motivi. Molti non vedono grossi vantaggi nell’alleanza con la Russia di Putin, e preferirebbero un riavvicinamento all’Occidente (soprattutto per motivi economici).
Altri caldeggiano una maggiore attenzione ai problemi interni e una politica estera meno muscolare. In ogni caso Xi dovrà stare attento a non scontentare nessuno, pur in assenza di qualsiasi opposizione organizzata.