
Le immagini dei rivoltosi dello Sri Lanka che, dopo aver assaltato il palazzo presidenziale, fanno il bagno nelle sue enormi piscine, sono molto significative. Soprattutto perché testimoniano che i manifestanti sono mossi, più che da motivazioni strettamente politiche, dal terribile peggioramento della qualità della vita che il Paese ha subito negli ultimi anni.
Ex perla dell’impero britannico (a quei tempi si chiamava Ceylon), la nazione insulare, situata in posizione strategica nell’Oceano Indiano, è stata travolta in primo luogo dalle conseguenze della pandemia mondiale di Covid 19, e poi dalla ricadute della guerra in Ucraina.
Prima della pandemia il turismo era di gran lunga la maggiore industria nazionale, grazie alla bellezza del paesaggio e ai suoi numerosi siti storici e archeologici. Naturalmente la diffusione del virus ha in pratica azzerato il flusso dei turisti stranieri, lasciando a secco le casse dello Stato.
L’invasione russa dell’Ucraina ha poi dato il colpo di grazia, con l’aumento del prezzo del carburante e il rallentamento – per non dire l’interruzione – delle catene di approvvigionamento. Quest’ultimo fatto ha gravemente influito sulla distribuzione dei medicinali e di altri beni essenziali. Così un Paese che, per gli standard asiatici, era relativamente prospero, si è improvvisamente trovato sulla soglia della povertà assoluta.
Il problema è che, nonostante i segnali della crisi fossero evidenti da tempo, il presidente Gotabaya Rajapaksa e il suo governo nulla hanno fatto per contrastarla. Quello dei Rajapaksa è un vero e proprio clan familiare che per molto tempo ha avuto in mano tutte le leve del potere. E ha per l’appunto gestito lo Stato come se fosse soltanto un affare di famiglia.
Il presidente ora è fuggito temendo di essere ucciso dalla folla, ma lascia dietro di sé il vuoto di potere e uno Stato tecnicamente fallito. Basti dire che lo Sri Lanka importa annualmente tre miliardi di dollari in più di quanto esporti, il che ha prosciugato del tutto le sue riserve di valuta estera. In gran parte del Paese manca l’elettricità e i telefoni non funzionano più. Anche le comunicazioni via Internet sono sempre più difficoltose.
Inoltre l’inflazione alle stelle rende proibitivo il costo del cibo, dei farmaci e del carburante. Il Paese ha un debito estero che ammonta a ben 51 miliardi di dollari e dovrebbe, per ripianarlo, restituire circa 7 miliardi di dollari l’anno. Impresa chiaramente impossibile in condizioni simili. Il governo ha pure cercato di ottenere altri 3 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale, ma si è sentito rispondere che, prima, dovrebbe fornire un rapporto sulla sostenibilità del debito stesso,
Si noti che la richiesta era stata rivolta al Programma Alimentare Mondiale per prevenire una crisi alimentare di enormi dimensioni. La crisi, tuttavia, è già in atto, ed è scandaloso che Rajapaksa non abbia fatto nulla evitarla. Il suo governo è stato caratterizzato da malversazioni continue e da una corruzione endemica.
Nel frattempo le grandi potenze stanno alla finestra per capire l’evoluzione della situazione. In primo luogo la Federazione Indiana, molto vicina geograficamente e con solide tradizioni culturali comuni. E poi la solita Cina, che ha inserito Sri Lanka nel progetto della “Via della seta” voluto da Xi Jinping, e ha costruito il porto di Hambantota. Destinato, però, a servire più gli interessi della Repubblica Popolare che quelli cingalesi.
L’esempio della ex Ceylon è importante per capire in quale direzione stia andando l’economia mondiale. Siamo abituati a parlare delle difficoltà europee. Ma il vero problema è che il fallimento della globalizzazione, e del sistema internazionale di aiuti, sta spingendo molti Paesi in via di sviluppo nel baratro del collasso economico e alimentare.