
«Sinora il conflitto in Ucraina ha tolto la vita ad almeno 46 mila persone e causato 11 milioni di sfollati, la più grande ondata di rifugiati che il continente europeo abbia conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale». E la ricostruzione di analisti Usa su Limes sostiene che gli eventi non dovevano necessariamente seguire questo corso.
«Alcune specifiche scelte statunitensi negli anni Novanta (con l’acquiescenza degli alleati Nato in Europa) ci hanno portato al punto in cui siamo oggi».
Secondo l’ambasciatore Matlock, la guerra fredda ebbe fine il 7 dicembre 1988, quando il segretario generale dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbačëv tenne uno storico discorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ma la liquidazione del dominio politico-militare di Mosca sull’Europa orientale e sulle quindici repubbliche costituenti poneva una questione spinosa. La fine improvvisa dell’Unione Sovietica aveva relegato milioni di cittadini russi nei confini di quelli che erano diventati paesi stranieri e spesso ostili.
Come Cohen osservò nel novembre 1992, si andava profilando «una combinazione esplosiva di 25 milioni di russi che vivevano nelle repubbliche ex sovietiche ormai fuori dalla Russia e un esercito russo ancora accampato in quei territori». Da allora quell’esercito ha già partecipato ad almeno quattro guerre civili al di fuori della Russia – in Moldova, Georgia, Tagikistan e nell’enclave armena del Nagorno Karabakh in Azerbaigian.
Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, milioni di russi etnici in Crimea e nel Donbas si ritrovarono cittadini di un paese diverso. I primi attriti si manifestarono già nel 1992, quando il parlamento regionale della Crimea dichiarò l’indipendenza della penisola dalla neonata nazione ucraina. Fu il premio Nobel Solženicyn a sostenere che El’cin si fosse lasciato raggirare dalla promessa del presidente ucraino Leonid Kravčuk, con la nascita di un nuovo tipo di unione con «confini invisibili, un solo esercito e una sola moneta» destinata a prendere il posto dell’Unione Sovietica.
Secondo l’intellettuale, i nazionalisti in carica a Kiev, «che in passato si erano opposti così strenuamente al comunismo, maledicendo Lenin», adesso invece, con un voltafaccia, accoglievano entusiasti «i tendenziosi confini dell’Ucraina tracciati da Lenin». Compresa la Crimea, che Solženicyn definiva «la dote del meschino tiranno Khruščëv». E come ben sappiamo, la contesa per i confini e il trattamento della minoranza russa entro la nuova frontiera ucraina rimangono nodi cruciali anche nell’attuale disputa tra le due nazioni.
Allora, l’amministrazione del presidente George H.W. Bush delineò una politica basata su due pilastri: 1) il rifiuto di rinfacciare alla Russia lo stato di miseria in cui era sprofondata; 2) l’impegno a non esacerbare le tensioni etniche latenti nelle repubbliche ex sovietiche.
«Il presidente Bush non si stancò mai di ripetere che non dovevamo danzare sulle rovine del Muro di Berlino», ricordò in seguito l’allora segretario di Stato James A. Baker. «Nei fatti, la politica di Bush era: ‘Vacci piano’. Gli Stati Uniti non avrebbero esercitato alcuna pressione, in un senso o nell’altro, per condizionare la forma che avrebbe preso l’assetto politico post-sovietico. Il presidente era guidato dalla volontà di evitare lo scoppio di una crisi, più che dal desiderio di plasmare un nuovo ordine».
Il 1° agosto 1991, in un discorso proprio al parlamento ucraino, il presidente statunitense: «Non vi diremo come dovete riformare la vostra società. Non prenderemo le parti dei vincitori né dei vinti nelle contese politiche tra le repubbliche o tra le repubbliche e il centro. Quello è affar vostro, non è affare degli Stati Uniti». Bush specificò inoltre che non avrebbe «supportato i tentativi di indipendenza volti alla sostituzione di un potere tirannico distante con un dispotismo locale. Non appoggeremo i fautori di un nazionalismo suicida mosso dall’odio etnico».
Ma alla fine in Ucraina gli impulsi nazionalisti prevalsero. Le legittime istanze dei cittadini russofoni che popolavano le regioni orientali e meridionali vennero ignorate. «Ma il fatto più grave fu che le élite politiche ucraine iniziarono a dar segno di voler entrare a far parte del Patto Atlantico». Riflettendo su questi eventi, Matlock si disse ‘convinto che se Bush fosse stato rieletto, non avrebbe permesso che la Nato si espandesse’. Ma nel novembre 1992 Bush perse le presidenziali contro il governatore dell’Arkansas Bill Clinton.
Bush e Baker alla prese con il calderone del nazionalismo campanilistico nell’ex Unione Sovietica, a partire dai Balcani. La Jugoslavia, come l’Urss, era uno Stato multietnico e multiconfessionale che dopo settant’anni di comunismo stava precipitando nel caos, a causa delle tensioni nazionalistiche in Croazia, Bosnia, Slovenia e Serbia. A giudizio di Baker, la guerra nei Balcani non meritava l’intervento americano. Ma la linea avviata da Bush fu rigettata dall’entrante amministrazione Clinton.