The Economist e la catastrofe alimentare che incombe. Persino attacchi ‘hacker’ nella nuova guerra

Guerra russa in Ucraina, chiudono i granai d’Europa. Minaccia carestie e mezzo mondo a chiude le sue produzioni alimentari in casa. L’Indonesia per l’olio di palma, l’Argentina per la carne, l’Iran per le patate, la Cina per i fertilizzanti.
Distorsioni nella distribuzione, denunciano i Grandi economici della terra riuniti a Davos senza la Russia. Spinte protezioniste oltre le diseguaglianze mondiali che hanno scoperchiato emergenze, che già la pandemia aveva fatto venire a galla.
Crisi della geopolitica planetaria. Ma anche temute azioni dirette di guerra agricola per mano di ‘hacker’, guastatori informatici.

Guerra medioevale e guerre stellari

In Ucraina stiamo assistendo a una guerra medievale. Un distillato di ottusa violenza, in cui tattiche e strategie non contano e dove, per molti aspetti, vale solo la brutalità della forza. Tra l’altro, utilizzata spesso a casaccio. Le guerre sono sempre stupide, ma questa le supera tutte. Ora, senza entrare nel merito della crisi, va però detto che essa è diventata una sorta di catalizzatore dei problemi dello sviluppo globale. Diciamo, che ha fatto saltare il tappo al vaso di Pandora della geopolitica planetaria. Scoperchiando emergenze, che già la pandemia da Covid 19 aveva fatto venire a galla. E quando i venti ciclonici si concentrano e si sommano, il risultato è sempre un collasso dei sistemi. O catastrofe, chiamatela come volete.

Incubo carestie nella catena Covid-guerra

L’incredibile rialzo del costo dei combustibili fossili (dovuto anche all’invasione russa e alle successive sanzioni imposte), l’interruzione della catena degli approvvigionamenti, l’alterazione dei cicli economici e finanziari, hanno messo quasi in ginocchio gli apparati produttivi e distributivi di interi continenti. Colpita, in modo particolare, l’agricoltura cerealicola russo-ucraina, che riforniva di grano un quarto del pianeta. Il risultato? Prezzi alle stelle, rifornimenti col contagocce e lo spettro della carestia davanti a centinaia di milioni di diseredati. Una vera bomba “atomica”, di cui finora non si era tenuto granché conto.

Ma l’allarme cresce, in modo esponenziale, anche perché la fame è l’arma di distruzione di massa più terribile che si conosca. Tra l’altro, la fame e la sete (le aree di siccità si stanno allargando) sono potentissimi motori per i flussi migratori internazionali. Insomma, il pianeta vede allargarsi il fronte delle emergenze.

L’inutile politica muscolare

Gli analisti, finora, hanno inutilmente cercato di far capire ai politici che è indispensabile cambiare gli approcci conflittuali in politica internazionale, che poi hanno ricadute devastanti in economia e, a catena, sulle società. Ora ci tenta l’Economist a suonare l’allarme, dedicando al problema la sua ultima copertina: “The coming food catastrophe”, cioè “La catastrofe alimentare in arrivo”. Chi sopravvive solo grazie a calorie “povere”, monocolturali, come quelle fornite dal grano o da altri prodotti simili, lega la sua esistenza a eventi incontrollabili. Come il clima, le carestie, le perturbazioni dei mercati. O schizoidi come le guerre.

The Economist e la mappa delle crisi

L’Economist calcola che l’algoritmo della catastrofe agricola abbia fatto schizzare alle stelle il prezzo del grano, fino al 60% in più. Molto dipende, certamente, dal blocco dei porti sul Mar Nero e dall’interruzione dell’export ucraino, a cui si somma il declino di quello russo, il rincaro dei fertilizzanti e l’incapacità del mercato mondiale di surrogare questa mancanza di offerta. Gli analisti vedono all’orizzonte minacce tremende, con situazioni di dissesto politico-sociale che potrebbero dilagare a macchia d’olio, nei Paesi a più basso reddito o con problemi di approvvigionamento. Gli specialisti dell’Economist fanno l’esempio dell’Egitto, uno Stato di quasi 100 milioni di abitanti, dove addirittura il 30% delle calorie giornaliere viene fornito dal pane.

Dal medioevo alla fantaguerra

Tuttavia, altri rischi finora sottovalutati minacciano le produzioni agricole, specie quelle delle grandi coltivazioni intensive cerealicole occidentali, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o in Francia. Si tratta del rischio di hackeraggio delle macchine informatizzate (trattori, falciatrici, seminatrici, trebbiatrici), che cominciano a essere massicciamente impiegate e che, elevando la resa per ettaro, riescono a rendere competitiva l’offerta e a soddisfare la domanda.

Bbc, allarme intelligenza artificiale

È la britannica Bbc, con un’inchiesta firmata da Claire Marshall e Malcom Prior, a dimostrare quanto siano vulnerabili agli attacchi informatici le moderne macchine agricole “intelligenti”. E quanto questo modo “asimmetrico” di fare la guerra tra potenze diverse, sia in grado di provocare danni collaterali devastanti a tutti gli altri. I “pirati”, secondo gli specialisti della “John Deere” (società gigante del settore) potrebbero attaccare punti deboli dell’hardwaree e dei programmi, modificandone il software. E facendo letteralmente impazzire le macchine, non più in grado di operare.

Cambridge avverte

La Bbc cita un rapporto molto dettagliato dell’Università di Cambridge, che mette in guardia dall’utilizzo “disinvolto” dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi. Secondo Chris Chavasse, di “Muddy Machines”, “in qualsiasi parte del mondo ci sono persone che potrebbero prendere il controllo di quelle macchine agricole, per far loro fare quello che vogliono o, più semplicemente, per non farle più lavorare”. Più gli ingranaggi del processo produttivo sono sofisticati e più sembra facile ingripparli.

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