
L’Europa sempre più in difficoltà per la stretta russa sui pagamenti del gas. E secondo il Financial Times alcune delle più grandi compagnie energetiche europee si stanno preparando a utilizzare un nuovo sistema di pagamenti in rubli. A rischio l’unità formale del blocco europeo, mentre tenti Paesi non possono neppure sognare di smettere di dare miliardi all’economia di Mosca in cambio di gas.
Mosca è stata chiara, interrompendo le forniture a Polonia e Bulgaria dopo che si sono rifiutate di pagare le consegne in rubli. Ue fa la voce grossa, accusa Mosca di ricatto e si dice pronta a fare a meno del metano russo, ma è una trasparente bugia.
Le aziende europee potranno aprire un conto corrente in euro con Gazprombank a Mosca, ma non uno in rubli. Questo secondo fonti Ue. Le sanzioni attuali contro Mosca non vietano l’impegno con Gazprom o Gazprombank, spiegano le stesse fonti, a patto che i pagamenti delle forniture di gas continuino ad avvenire in euro o in dollari «in linea con i contratti esistenti e stipulati prima del decreto varato dal Cremlino lo scorso 31 marzo, secondo il quale i contratti in essere sono rispettati solo dopo la conversione in rubli delle somme dovute».
Per Bruxelles dunque si può aprire un conto alla Gazprombank, non sanzionata, ma soltanto in euro o dollari. Ufficialmente, solo l’Ungheria accetta ufficialmente di pagare le forniture con la valuta russa. Ed è quasi scontato che altri paesi possano venire privati di gas per decisione del Cremlino. Scadenza a maggio, quando devono essere pagate le forniture di aprile, e la questione del pagamento in rubli potrebbe essere di nuovo messa in campo. In prima fila ci sono pagamenti da Germania, Austria e Italia.
Ursula von der Leyen ripete il già noto: «circa il 97% dei contratti sono in euro o in dollari e quindi devono essere pagati in queste divise». Altrimenti? «In caso contrario le imprese europee pronte a cedere sui rubli sarebbero esposte a conseguenze legali elevate». Quali penalità ed emanate da chi non è detto.
«Ma ci sono forti ambiguità nelle raccomandazioni della Commissione di inizio aprile», svela Anna Maria Merlo sul Manifesto. Bruxelles ha consigliato alle imprese di aprire un conto presso Gazprombank – finora esclusa dalle sanzioni Ue – e di allegare una dichiarazione che afferma che gli obblighi di pagamento prendono fine con il deposito dei fondi. «Cioè, sarà poi Gazprombank a cambiare euro e dollari in rubli, mentre le imprese europee se ne lavano le mani». Soluzione alla Ponzio Pilato
«Imprese tedesche e austriache, l’Eni, la francese Engie avrebbero già predisposto il conto per questo meccanismo». Secondo il Financial Times un altro espediente sarebbe aprire un conto in Svizzera presso la Gazprombank, in rubli. «Per il quotidiano economico Uniper di Düsseldorf e Omv a Vienna ci starebbero pensando».
Persin la pipeline Brotherood tra Russia ed Europa via Ucraina è rimasta in funzione anche dopo l’aggressione, con Kiev che incassa 7 miliardi per il transito di gas. La Russia che paga parzialmente la difesa dell’avversario. Esempio che spiega il rinvio di qualsiasi embargo sul gas nelle sanzioni a Mosca. Per ora si è bloccato il carbone, mentre in agenda c’è il petrolio russo, ma non ancora il gas. Facciamoci la guerra, ma senza farsi troppo male, sembra il paradosso.
«L’Europa deve liberarsi una volta per tutte dalla dipendenza rispetto agli idrocarburi russi», la tradizioni politica Ue scontata. Polonia e Bulgaria saranno rifornite dai «paesi vicini» per far fronte agli effetti di questa decisione. Ma dopo? È dal 2006 che l’UE sollecita azioni concrete per l’interconnessione delle infrastrutture del gas in Europa e per diversificare i fornitori.
«Sono stati varati 150 progetti, nel 2014 è stato approvato un finanziamento di 9 miliardi su 7 anni: pipeline nel Baltico (per collegare Norvegia a Danimarca e Polonia, operativa a ottobre), Bulgaria-Grecia, Bulgaria-Romania, Polonia-Lituania (in attività a settembre), Tap (Turchia-Grecia-Albania-Italia)», i dettagli di Anna Maria Merlo. Obiettivo, che ogni stato abbia tre fonti diverse, una delle quali è l’accesso a un terminal Gnl (gas liquefatto), su base “regionale”, «cioè paesi vicini in collaborazione». Usa, Qatar, Egitto, Australia e Africa occidentale sono i fornitori di gas liquido.