La guerra e il mondo rovesciato di amici e nemici

Trattativa turca fallita, forse non del tutto nelle segrete stanza, ma la guerra continua. La successione delle nefandezze umanitarie e la condizione di vita della popolazione che ogni giorno che passa diventa più insopportabile.
Fronte internazionale
Sanzioni, per sconfiggere il “demone” russo. Biden vende l’anima al diavolo venezuelano e chiede a Maduro di produrre più greggio
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L’America nel marasma della guerra altrui

Stretto in una pressione concentrica dei Repubblicani, della sinistra del suo partito e degli alleati, Joe Biden, sulla guerra Ucraina, ha battuto un colpo. A modo suo, perché ha scontentato tutti. Stritolato dai sondaggi (ieri Rasmussen gli dava un misero 38% di gradimento), il Presidente è andato all’attacco di Putin, tagliando le importazioni di gas e petrolio dalla Russia. Non è granché per gli Stati Uniti (l’8% del totale) ma, secondo lui, abbastanza per smorzare le critiche dell’opposizione interna, soddisfare le aspettative “verdi” della sinistra del Partito democratico e, soprattutto, per invogliare anche l’Europa a stringere la cinghia. Il risultato? Ancora è presto per dirlo, ma sinceramente la nostra impressione è che ne possa uscire con tutte le ossa rotte.

Interessi elettorali e il sopravvivere

Con la benzina schizzata a 4,32 dollari al gallone (prezzo quasi raddoppiato rispetto a 15 mesi fa), Biden viaggia, secondo il New York Times, sul binario giusto per perdere le elezioni di Medio termine. E siccome l’economia è fatta di aspettative e il prezzo della benzina, per i consumatori, è una specie di “termometro”, ecco che già sui giornali (e nei supermercati) si parla di inflazione fuori controllo. Quanto? Oltre l’8%. Qualcuno, addirittura, paventa scenari a due cifre. Così, la Casa Bianca, ha varato un piano di emergenza: aumentare la produzione interna (specie quella da scisto) e fare pressioni sui Paesi Opec, affinché alzino l’offerta di greggio. Pur di arrivare al suo obiettivo, vincere l’inflazione (che lui chiama “di Putin”) Biden si gioca tutto. È pronto pure , è il caso di dirlo, a vendersi l’anima al diavolo.

I due diavoli Usa dopo Satana Putin

Anzi, a due diavoli: Nicolàs Maduro e Ali Khamenei, che significa togliere loro le sanzioni e fare esportare liberamente petrolio agli arcinemici venezuelani e iraniani. Biden ha un bisogno disperato di aumentare la produzione globale di petrolio, prima possibile. In caso contrario, dopo la Terza guerra mondiale (economica) dichiarata alla Russia, l’Occidente rischia una scoppola senza precedenti.

Incubo stagflazione

Una ‘stagflazione’ da brivido, inflazione più stagnazione. È una corsa contro il tempo. La strategia atlantica, per arginare le foie imperialiste di Putin, e imperniata sulla inusitata durezza delle sanzioni. Quanto potrà resistere la Russia, prima che l’effetto boomerang di questa decisione si rifletta, rovinosamente, sull’Occidente, e ne sconvolga non solo i mercati, ma anche e soprattutto gli equilibri sociali? Nei pensatoi delle Cancellerie, il vero timore è questo. Si capisce, dunque, l’ansia di fare in un paio di mesi quello che non si è fatto in due decenni. Però è tutto maledettamente complicato.

Parliamo del primo ‘diavolo’

Fino a qualche settimana fa, il Presidente del Venezuela, Maduro, per gli Usa era un dittatore, un bandito da spedire in galera. Un “caudillo” travestito da comunista, che aveva gettato un intero popolo sul lastrico. Ora la musica è cambiata. Il Dipartimento di Stato gli ha spedito in visita funzionari di alto livello “a contrattare”. A Washington hanno cercato di coprire il sole con la rete, dicendo che c’era una trattativa per la liberazione di alcuni prigionieri americani. Ma la verità è un’altra. Giusto due giorni fa, Maduro ha annunciato che porterà la produzione di greggio da 800 mila a 2 milioni di barili al giorno. E, comunque, l’anima se la vende bene, al miglior offerente. I russi hanno tentato di stoppare subito il “patto scellerato”.

Ad Antalya anche altro

Il quotidiano “El Nacional” riporta l’incontro, avvenuto ad Antalya (Turchia), tra il Ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, e la vice di Maduro, Delcy Rodrigues, in cui è stata riaffermata la solidità del partenariato strategico tra i due Paesi. Il riavvicinamento tra Washington e Caracas, però, ha smosso altri equilibri. Su tutte le furie il più fedele alleato degli Stati Uniti nella regione: la Colombia. Ieri si è scomodato persino il Presidente Ivan Duque, ricevuto alla Casa Bianca da Biden, al quale ha espresso tutto il suo sconcerto per quello che giudica un clamoroso voltafaccia.

Le redenzioni di convenienza

“Maduro è un criminale di guerra – ha detto Duque al “Financial Times”- che ha brutalizzato la sua stessa nazione. Gli Stati Uniti e molti Paesi occidentali non lo riconoscono come Presidente del Venezuela, per i brogli nelle elezioni del 2018”. E Diego Mesa, Ministro per l’Energia colombiano ha rincarato la dose:

“Se hai appena vietato il petrolio da quello che chiamano il dittatore russo, è difficile spiegare perché comprerai petrolio dal dittatore venezuelano”. Come dargli torto?


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