
Nel pieno della bufera che investe il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, accusato di crescenti mire secessioniste, e bersaglio di sanzioni americane –segnala l’ANSA da Belgrado-, nella Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina, tre giorni di festeggiamenti per celebrare il 30/mo anniversario della sua fondazione. Rinnovata retorica nazionalista con importanti arrivi da Belgrado. Serbo Bosnia figlia della secessione da Sarajevo dopo quella dalla ex Jugoslavia, gennaio 1992, con tre anni di massacri e un bilancio di 100 mila morti e 2 milioni di profughi.
L’anniversario della fondazione della Republika Srpska, viene regolarmente ignorato nella Federazione croato-musulmana, l’altra entità di cui si compone (o meglio, si divide) il Paese balcanico, festeggiamenti considerati una provocazione e dichiarati illegittimi dalla Corte costituzionale bosniaca.
A Banja Luka, il capoluogo della Republika Srpska, cerimonie ufficiali con corone di fiori sui monumenti in memoria dei caduti serbo-bosniaci della guerra di 30 anni fa. Celebranti, il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, che è anche membro serbo della ‘presidenza tripartita bosniaca’, e da Belgrado il presidente del parlamento serbo Ivica Dacic. Poi la sfilata di reparti delle forze di polizia serbo-bosniache, più vera e propria forza armata che semplice polizia.
Dodik è tornato a rivendicare la legittimità della decisione del parlamento locale, che ha stabilito di restituire alla Republika Srpska competenze e prerogative in materia di difesa, giustizia e fisco, competenze a suo dire previste dall’accordo di pace di Dayton e dalla stessa costituzione bosniaca, ma che col tempo sarebbero state ‘assorbite’ dallo stato centrale bosniaco. Una decisione questa che ha suscitato grande allarme nella comunità internazionale, che teme lo spettro di una reale secessione dei serbo-bosniaci e il possibile scoppio di un nuovo conflitto armato.
Nuovi censimenti e studi confermano la costante riduzione delle popolazioni un po’ in tutta l’area balcanica, segnale sempre sull’Ansa Stefano Giantin. «Rischiano di diventare un “deserto”, i vicini Balcani, affossati dal doppio colpo della denatalità e soprattutto dell’emigrazione, in particolare dei più giovani». Varie tessere di un complicato puzzle. Il censimento in Bulgaria, ha certificato un crollo dell’11% della popolazione negli ultimi dieci anni. Altro censimento, nella Macedonia del Nord, oggi con circa 1,8 milioni di abitanti, il 10% in meno rispetto a vent’anni fa, e 600mila macedoni che vivono oggi all’estero.
Una vera e propria catastrofe demografica, perché a partire sarebbero soprattutto giovani, mentre in patria le culle rimangono vuote e cresce il numero degli anziani. Anche nella vicina Romania, l’emigrazione verso Paesi più ricchi appare incontrollabile. Stime Onu disegnano una Romania con poco meno di dodici milioni di abitanti nel 2100, sette in meno rispetto a oggi. Stime speculari a quelle della vicina Bulgaria, che nel 2100 potrebbe contare solo 3,5 milioni di abitanti, un vero e proprio collasso della popolazione.
L’Albania, terra d’emigrazione per eccellenza, fra ottant’anni potrebbe ritrovarsi con solo 1,1 milioni di abitanti. Sono 50mila gli albanesi che hanno ottenuto un permesso di soggiorno in Germania a partire dal 2018, con Berlino che sta ora per sorpassare Roma e Atene come meta d’emigrazione. E dal 2008 sono 800mila gli albanesi emigrati verso Paesi Ue. Peggio la Bosnia-Erzegovina (torniamo alla prima parte della notizia), dove sarebbero addirittura 500mila le persone emigrate negli ultimi dieci anni, senza una politica per arrestare l’esodo, con sempre più giovani che partono e sempre più vecchi e pensionati che rimangono da soli a casa.
E per tutti i Balcani, causa spopolamento, si contrarrà lo sviluppo economico a medio-lungo termine minando alle basi l’assetto sociale. Ma anche la Ue non può sorridere. Dato che nei decenni a venire dovrà fare i conti con una regione svuotata, impoverita e instabile, nel cortile di casa.