
In parte, si tratta di abbozzi di programmi che dovranno dispiegarsi nei prossimi anni. Come la riforma fiscale, del valore di otto miliardi, che riduce le aliquote Irpef da cinque a quattro ed avvantaggia in qualche modo i redditi medio alti, trascurando i più bassi, come hanno fatto notare i sindacati. In compenso, il taglio dell’Irap, l’imposta sul reddito delle attività produttive, dovrebbe aiutare le imprese, anche se bisognerebbe fare di più, come qualche forza di governo reclama.
Come anche si richiederebbe maggiore incisività per contrastare il caro energia, nonostante il quasi due miliardi in più reperiti all’ultimo momento. Parliamo di un fattore strategico, che riguarda da vicino le famiglie, ma interessa molto il mondo della produzione. A causa del caro bollette, molte imprese rischiano di chiudere, lasciando i lavoratori a casa. Qui non è solo un problema di legge finanziaria, ma di politica estera ed energetica, fermo restante l’abnorme aumento dei prezzi internazionali.
Abbiamo rinunciato al nucleare, manteniamo le sanzioni alla Russia, abbiamo abbandonato la Libia, non sigliamo contratti di fornitura a lungo termine per garantirci la stabilità dei prezzi, in Italia vietiamo l’estrazione di gas e petrolio: i risultati sono questi, anche se il fenomeno al momento è di carattere globale. Ed anche se fosse una crisi momentanea, tutte le debolezze elencate restano, ed al più presto il Paese dovrà decidere cosa vuole fare in materia, non solo con le rinnovabili.
Per cominciare, il governo potrebbe guardare alla revisione degli oneri di sistema che paghiamo sulla bolletta. Per esempio, per lo smantellamento delle vecchie centrali nucleare e lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi che la Sogin, la società all’uopo delegata, non riesce a fare da anni, per un motivo o per l’altro.
Anche per le pensioni, con quota 102, si è trovata una soluzione temporanea, pur riconoscendo che ampliare l’elenco dei lavori usuranti ad altri settori sia stata cosa buona e giusta. Nel prosieguo, bisognerà trovare comunque un compromesso tra sostenibilità economica ed interesse sociale: previsti, a tal proposito, incontri tra governo e sindacati.
Restano due provvedimenti illogici e di complessa applicabilità, licenziati da governi precedenti, lasciati in piedi per esigenze politiche. Il reddito di cittadinanza, pur limato e sottoposto a più stringenti controlli, poggia su una legge nata male, chiaramente di stampo clientelare, che non trova lavoro a nessuno, ma elargisce a piene mani.
La cosa buona è che, in mezzo a tanti beneficiari, almeno una fascia di veri poveri viene protetta ed aiutata. Ma questo obiettivo si poteva ottenere in altro modo, senza dilapidare ingenti risorse, assunte a debito dallo Stato e che ricadono sulle spalle di tutti noi. La formula giusta sarebbe di separare il trattamento legislativo dei due argomenti: l’incontro tra offerta e domanda di lavoro, da un lato, ed il doveroso aiuto a coloro che hanno realmente bisogno, dall’altro.
La proroga del superbonus 110% per le riqualificazioni edilizie ed il risparmio energetico è anch’essa atto dovuto visto che, in caso di sua eliminazione, avrebbe bloccato numerose aziende, reso disoccupati centinaia di migliaia di lavoratori e gettato nello sconforto parecchi cittadini che avevano creduto in questo strumento. La verità è che un provvedimento del genere non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Farraginoso e non chiaro, si presta a truffe ed imbrogli, favorisce i soliti noti facendo loro regali inaspettati, ma nello stesso tempo è una vera distorsione di mercato, facendo andare alle stelle il costo di certi manufatti e materie prime e promuovendo aziende inventate e professionisti di dubbia professionalità.
E’ invece giusto che i proprietari di casa ci mettano anche soldi loro (com’era in precedenza per le ristrutturazioni, magari stabilendo la percentuale di beneficio intorno al 70%), ricordando che viviamo pur sempre in una economia di mercato. Comunque è andata, ed anche a questo il governo dovrà mettere mano.
Da non sottacere le misure contro le delocalizzazioni di aziende. Normative, quelle introdotte, piuttosto deboli e da approfondire ulteriormente, pur con i limiti consentiti dai rapporti tra Paesi, della UE principalmente. Da apprezzare, invece, il fatto che la proprietà non potrà più licenziare i lavoratori con una semplice mail inviata all’ultimo momento. Si è dato così un segnale forte alle multinazionali ed ai fondi d’investimento in particolare, che di recente si sono distinti nell’attuare simili aberrazioni.
Come al solito, un insieme di diposizioni frutto di compromessi per rispondere alle esigenze di bacini elettorali e di partito. Esigenze che hanno bloccato, per esempio, il contributo di solidarietà per i redditi più alti e la riforma delle concessioni agli stabilimenti balneari.
C’è del buono, però: questa finanziaria ha in sé tutte le caratteristiche per consentire l’apertura di diversi cantieri d’intervento legislativo, oltre che sostenere anche i primi passi del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza preparato dall’Italia per rilanciarne l’economia dopo la pandemia e permettere lo sviluppo verde e digitale del Paese) i cui risultati più consistenti dovremmo vedere nei prossimi anni. Sommovimenti politici e furbizie elettorali permettendo, ovvio.