
Ungheria
Orbán deve affrontare in primavera delle elezioni che, viste oggi, sembrano difficili. L’opposizione si è unita attorno a un candidato unico, un conservatore con molti contatti in occidente, Péter Márki-Zay, che sta usando metodi molto duri per svelare e denunciare la politica del premier. E le ultime mosse di Orbán mostrano che anche lui si sente in pericolo. «L’effetto finale non si può prevedere –annota Paola Peduzzi-, ma per la prima volta, tra ribellioni, concentrazione del potere, corruzione (che ritarda il Recovery fund), pandemia e battaglie culturali, il test non è scontato».
Slovenia
Risultato incerto, più verso il negativo, anche in Slovenia, dove il premier Janez Jansa, sbeffeggiato come un piccolo Orbán per come ha/non ha gestito il semestre di presidenza europea dell’inizio anno. Piccolo Paese, minimo premier, che merita di essere punito anche per la gestione della crisi pandemica, «oltre che per aver svilito autonomia e credibilità delle istituzioni del paese», colpisce Politico Europa. La sua sfidante è Tanja Fajon, che gode di molto credito in Europa. Va detto che spesso, ciò che piace in questa parte del continente, spesso non è quel che piace a est.
Un cambiamento di direzione in Ungheria e Slovenia, rilevano Politico Europa e il Foglio, porterebbe a molti cambiamenti anche nelle dinamiche interne europee. Basta pensare ai rapporti con Mosca e Pechino o alla gestione dei vaccini o ai continui scontri sullo ‘stato di diritto’ con Bruxelles. E qui si arriva alla Polonia, dove non sono previste elezioni, «ma gli scontri interni e quelli con le istituzioni europee sono aumentati di intensità e potrebbero farlo ancora di più». Fronte aborto, diritti civili, libertà di stampa, bigottismo repressivo di Stato.
Le sanzioni minacciate dalla Commissione nei confronti dell’arrogante governo Kaczyński che finora hanno colpito sui soldi, potrebbero arrivare all’esclusione del diritto di voto, decisione lapidaria che impone unanimità, sino ad oggi inapplicabile per l’ombrello ungherese (e viceversa). «I più ottimisti si aspettano una maggiore moderazione da parte di questi leader che non vogliono perdere potere. I più realisti dicono invece che questi sistemi semi-autocratici cercheranno di sfruttare al meglio le storture alla democrazia introdotte negli anni».
E giustamente in molti sottolineano come test di primavera riguardano, alla fin fine, tutte le destre continentali, anche italiane, «a caccia del loro baricentro». L’Italia, per ruolo, guardando alla Francia presidenziale dopo essere uscita in qualche modo dall’auto trappola di Berlusconi per il Quirinale.