La normalizzazione di Hong Kong, prima strumentalizzata poi tradita

Elezioni farsa dopo anni di proteste popolari e qualche forzatura di parte occidentale in chiave anti regime cinese. Vittoria di candidati fedeli al regime cinese più che prevista, dopo che nell’ultimo anno e mezzo l’opposizione era stata duramente repressa.
L’analisi di Michele Marsonet.

Hong Kong ultimo atto

Si conclude mestamente la lunga agonia di Hong Kong, la ex colonia britannica che doveva mantenere l’autonomia fino al 2047 e che Pechino, invece, ha voluto inglobare subito con le buone o con le cattive.
Il parlamento della città-isola si è infatti rinnovato e, contrariamente a quanto avveniva in precedenza, solo il 29,4% degli aventi diritto si è recato alle urne.
Il motivo è presto detto. Prima i cittadini avevano un certo margine di scelta. Una quota degli eletti veniva decisa dagli organi centrali del Partito comunista, ma agli elettori era comunque riservato il diritto di votare candidati non in linea con le direttive cinesi.
Non a caso, nelle ultime elezioni “quasi libere”, il movimento democratico (quello degli ombrelli, per intenderci), aveva conquistato addirittura la maggioranza dei seggi destando la sorda irritazione di Xi Jinping e del suo gruppo dirigente.

Elezioni blindate e protesta del non voto

Questa volta le elezioni sono state “blindate” grazie all’opera della governatrice filo-cinese Carrie Lam, secondo la quale i cittadini sono soddisfatti della situazione e non sentono la necessità di votare deputati diversi da quelli scelti da Pechino.
Il risultato si è subito visto. Soltanto 20 membri del parlamento su 90 sono stati votati direttamente dagli elettori, ma si tratta comunque di deputati che avevano dichiarato la loro fedeltà al governo centrale.
Altri 40 sono stati nominati dal Comitato elettorale filo-cinese, e i 30 rimanenti sono stati scelti da categorie professionali legate comunque a Pechino da forti interessi economici.

Gli oppositori in carcere

Del resto non poteva che essere così. Tutti i dirigenti – spesso giovanissimi – del movimento democratico sono incarcerati a Hong Kong o nelle prigioni della Cina continentale. Pochi sono riusciti a raggiungere l’esilio in altri Paesi dove continuano la loro battaglia, ovviamente con risultati scarsi o nulli.
Finisce dunque l’illusione creata dallo slogan di Deng Xiaoping “un Paese, due sistemi”, e finisce pure la speranza che la città-isola riuscisse a conservare lo statuto speciale che le era stato garantito nell’atto inglese di restituzione alla Repubblica Popolare.

Un Paese, un solo sistema possibile

Per Xi Jinping, uscito già rafforzato dall’ultimo Comitato Centrale, si tratta di un indubbio successo. La città è stata “normalizzata” in tempi relativamente brevi. E si è anche visto che i Paesi occidentali, pur elevando proteste, non hanno alcuna capacità d’influenza sul Partito/Stato cinese.
Quest’ultimo continua la sua politica di potenza, che ora ha nel mirino Taiwan, approfittando anche della debolezza degli Stati Uniti e dell’attuale presidente Biden.
A dispetto delle grandi speranze suscitate dalle imponenti manifestazioni del movimento democratico, Hong Kong è destinata a perdere sempre più il suo carattere di unicità per essere assorbita nel sistema monopartitico della Repubblica Popolare.

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