
La Turchia ha vissuto ieri il suo “black friday” finanziario, che potrebbe essere il termometro di crisi altrettanto nere nell’immediato futuro. A cominciare dalla politica. I numeri, come al solito, sono inappellabili e fotografano una situazione di emergenza, per usare un eufemismo. La borsa di Istanbul, sospesa due volte per eccesso di ribasso, alla fine è crollata di schianto, perdendo l’8,5%. La stessa cosa ha fatto la valuta nazionale, la lira turca, svalutatasi sul dollaro di un altro 8%. E questo nonostante i massicci interventi della Banca centrale, che ha cercato di arrestare l’emorragia.
Il colpevole? Secondo tutti gli analisti, lo sprovveduto “regista” di codesta mezza catastrofe (mezza per ora) è proprio “lui”: Recep Tayyip Erdogan, Presidente turco dalla sfrenata ambizione, che però spesso lo porta a scantonare. Nel caso specifico, Erdogan, che sogna le vesti damascate di un sultano della Sublime Porta, giovedì ha imposto alla sua Banca centrale di abbassare i tassi di interesse. “Per favorire uno sviluppo accelerato del Paese”, che quest’anno, però, avrà già un rimbalzo del Pil dell’8%. Piccolo dettaglio: in questi giorni tutto il pianeta sta facendo il contrario, perché avanza a grandi passi l’inflazione.
E in Turchia? L’inflazione non avanza, galoppa. Fino a ieri eravamo al 21,3%, ma dopo la decisione di ieri sul fuoco dell’asimmetria finanziaria, il rialzo dei prezzi batterà tutti i record, meno quello dell’Argentina, che viaggia oltre il 50%. E imprenditori e lavoratori, senza distinzione, dovranno mettere d’accordo il pranzo con la cena. A meno che Erdogan non faccia marcia indietro. Sì, perché dal punto di vista politico, quando mancano pane e companatico, ci si muove sul filo di un coltello.
Kemal Ataturk ha laicizzato la Turchia quanto basta e il movimento islamico non è né “durissimo” e manco “purissimo”. Insomma, messi alle strette, in molti potrebbero cambiare presto bandiera. Il Paese è esattamente spaccato a metà, e non ci vorrebbe molto a vedersi rivoltare contro una larga fetta di coloro che per ora ti sostengono. O ti sopportano. Ma, oggettivamente, la crisi finanziaria turca è molto difficile da controllare. Il Paese ha alti tassi di indebitamento in valuta straniera, che aumentano mentre la lira si indebolisce. Mentre la “potenza di fuoco” della sua Banca centrale, la disponibilità di oro e divise pregiate estere, sembra limitata.
Comunque, il problema principale è sempre e solo politico. Le manie di grandezza di Erdogan lo portano a privilegiare filosofie economiche “espansive”, che non tengono assolutamente in considerazione le specifiche della congiuntura attuale. Lui non cambia economia, cambia i ministri, privilegiando, evidentemente, quelli che gli dicono “yes sir”. Così ha fatto, recentemente, col Ministero delle Finanze, “dimissionando” il titolare, Lutfi Elvan, che non condivideva le sue visioni, che potremmo definire di “new economy” in salsa ottomana.
Al suo posto è arrivato Nureddin Nebbati che, ci pare di capire, abbia condiviso in pieno, visti i risultati, i teoremi del Presidente. Adesso bisognerà vedere se al “crash” seguirà un altro “crash” e poi il “panicking”, con imprenditori e risparmiatori che scappano da tutte le parti. E quelli Erdogan non li ferma, né coi proclami e manco coi carri armati. Ma solo cercando di interpretare il suo ruolo di politico e lasciando l’economia a chi la sa fare.