
Un’inchiesta di Avvenire, del Guardian e del New York Times, a scoprire che il respingimento non è stato condotto dalla Guardia costiera libica, come generalmente accade, ma da un peschereccio che navigava senza nome e senza codice Imo, il numero identificativo di tutte le imbarcazioni al di sopra di una certa stazza.
La nave fantasma in realtà un nome ce l’ha. Anzi almeno due: “Mae Yemanja” secondo il registro navale libico, “Dar El Salam 1” secondo il registro navale maltese. Anche il codice Imo esiste, ma entrambi a Pasquetta 2020 erano stati coperti con della vernice blu. E quella nave, mezza libica e mezza maltese ha portato i superstiti in «un noto centro di detenzione gestito da una milizia pro- governo» in Libia, denuncia il giornale newyorkese. Il suo ultimo viaggio tracciabile è stato di cinque giorni, tra il 30 aprile e il 4 maggio. Porto di partenza e di arrivo, Al-Khoms, in Libia. Nient’altro tra settembre 2020 e settembre 2021.
Insieme alla “Mae Yemanja”, quel giorno hanno lasciato il porto di Valletta anche la “Salve Regina” e la “Tremar”, altri due pescherecci di supporto. Ricordiamone il nome perché li ritroveremo. La strage di Pasquetta ha innescato diverse azioni legali sia in Italia, sia a Malta. A Malta, l’organizzazione contro la corruzione “Republika” ha depositato due esposti contro il primo ministro maltese Robert Abela e il comandante dell’esercito maltese Jeffrey Curmi, accusati per l’omissione di soccorso, e contro un pattugliatore maltese che invece si soccorrere minaccia e allontana.
C’è un terzo procedimento sull’isola, che svela di un patto per i respingimenti rimasto segreto per quasi tre anni, già dall’allora premier Joseph Muscat, concordato e gestito da Neville Gafà, emissario ufficioso ma potente del governo maltese in Libia. In una intervista alla testata cattolica maltese Newsbook, e poi sotto giuramento di fronte al tribunale di La Valletta, Gafà ha confermato di conoscere l’attività del “peschereccio fantasma” e ha precisato che tutta l’operazione stava avvenendo «sotto la giurisdizione della Libia».
Il ‘negoziatore’ maltese era già noto per la sua dichiarata e fattiva avversione nei confronti della reporter Daphne Caruana Galizia, uccisa con un’autobomba nell’ottobre 2017.
Non solo migranti. Il cartello dei trafficanti, e qui entrano in gioco le cosche mafiose nostrane. Armatori e comandanti della flotta intervenuta in occasione di molti dei naufragi finiti sotto inchiesta, vanno a scoprire un altro genere di affari marittimi. Le imbarcazioni compaiono nelle indagini della Procura antimafia di Catania sul contrabbando di gasolio. Un’associazione criminale evoluta, una sorta di ‘cartello’ che di fatto ha monopolizzato il mercato nero del diesel.
«A differenza delle associazioni, i cartelli possono essere geometrie criminali altamente conflittuali». Il cartello che agisce nel Canale di Sicilia ha avuto la massima espansione tra il 2015 e il 2018, gli anni in cui, con nordafricani e maltesi sono entrati imprenditori siciliani che le procure italiane sospettano di vicinanza con Cosa nostra. Il tribunale di Catania, nell’ottobre 2017, ha ordinato l’arresto dei maltesi Darren e Gordon Debono, accusati, insieme a broker petroliferi, agenti marittimi, armatori, comandanti, e affiliati a milizie libiche, di traffico internazionale di gasolio, venduto in Italia senza pagare le accise.
Il peschereccio maltese “Tremar”, oramai di casa nel porto siciliano di Mazara del Vallo, quel giorno della strage di Pasquetta era salpato in direzione Libia. Stava seguendo le indicazioni di un elicottero di Malta, in cerca dei superstiti del naufragio. Dopo l’operazione di recupero svolta dalla “Mae Yemanje”, altra nave fantasma con doppia registrazione nei registri navali di Libia e Malta e con il nome e il codice coperti dalla vernice blu, il motopesca Tremar si mette in attesa di istruzioni mentre una terza nave, la “Salve Regina”, scorta la prima.

Il comandante della ‘Tremar’, Amer Abdelrazek. Egiziano di nascita, a Malta è titolare di due società armatrici: Daha Oil & Gas e Rema Fishing. E’ lui a dichiarare al New York Times che era al timone quel giorno di pasquetta assassina. Ma è anche l’uomo chiave per collegare il tragico episodio episodio e il peschereccio Tremar alla rete dei presunti contrabbandieri di gasolio sulla quale sta indagando la Direzione distrettuale antimafia di Catania. Le forze dell’ordine europee ritengono Amer Abdelrazek contrabbandiere di carburante, ma non accennano ai suoi ruoli nella gestione dei migranti.
La ‘Bonnie B’ è tra le petroliere ‘tracciate’ nell’indagine dell’antimafia di Catania. Fino alla fine del 2017 è stata di proprietà di un imprenditore italiano. Secondo la procura, la ‘Bonnie B’ era tra le navi che un gruppo di spregiudicati imprenditori in affari anche uomini vicini al clan Mazzei -il ramo di Cosa nostra etnea-, ha cercato di utilizzare per i suoi affari. L’organizzazione, secondo quanto riporta nell’ordinanza di custodia cautelare la giudice Marina Rizzo, «importava prodotti petroliferi senza accise avvalendosi anche del metodo mafioso per imporsi».
E il “metodo mafioso”, in Sicilia, non è a disposizione di tutti.
“Daha Oils & Gas”, dell’egiziano Abdelrazek, appare nella lista dei partner della “Pak Maritime & Shipping Services Ltd”, una società di navigazione con sede a Lagos, in Nigeria. Nel 2015 l’Associazione degli armatori greci aveva venduto 40 navi alla Nigeria per alimentare la flotta delle società locali. Dunque, armatori greci con società nigeriane e navi che, nelle intenzioni, dovrebbero spostarsi nel contesto del Golfo di Guinea. Come minimo la virtù del dubbio.
I prodotti petroliferi erano venduto di contrabbando grazie all’accordo della Brigata al-Nasr, la milizia con sede nella raffineria di Zawiyah, ovest della Libia, di cui Bija è l’esponente più noto. Il clan libico è guidato dai fratelli Kachlaf, che controllano anche i locali campi di prigionia governativi per migranti e sono titolari della polizia privata “Petroleum facility guard”, a cui è affidata la sorveglianza della “Azzawya Oil Rafinery Company”, il più grande complesso petrolifero del Paese nel quale lavora anche l’Italiana Eni.
I “pescherecci fantasma” coinvolti in una delle tante strage di migranti in un giro di opache compagnie di navigazione internazionali, a trafficare sia con Tripoli sia con la Cirenaica di Haftar. Contrabbando tra fazioni di non Stato. Il 2016, si vedrà nella prossima puntata costituisce una fase decisiva del cartello criminale. Passaggio chiave, la nave cisterna Transnav Hazel ‘trascinata’ (testualmente), nelle acque contigue maltesi, assieme ad altre imbarcazioni coinvolte nel cartello del contrabbando di petrolio.
Ed è qui che entrano in scena i siciliani.