
Cinquanta milioni di barili di petrolio verranno prelevati dalla riserva strategica degli Usa, la scorta a cui il paese attinge in situazioni di emergenza, e immessi sul mercato.
I prezzi del greggio fino a poche settimane fa erano sopra gli 85 dollari e tendevano verso l’alto. Un ostacolo alla ripresa economica dalla pandemia, visto che il mondo produce energia soprattutto con petrolio e gas, nonostante i dati catastrofici sul clima. Petrolio inquinante e caro, meno ripresa più inflazione e diventa il ‘tutto a perdere’. L’Opec, il gruppo dei grandi esportatori capeggiato da Arabia Saudita e Russia, sta limitando la produzione e non vuole saperne di cambiare approccio. Da mesi Biden e i suoi collaboratori mettevano pressione al gruppo perché liberasse più barili, ma senza successo.
Non saranno solo gli Stati Uniti a dare fondo alle riserve infatti, ma anche l’India, il Giappone, la Corea del sud e il Regno Unito. E, soprattutto, la Cina. Mossa decisamente sorprendente, per diversi motivi. Innanzitutto perché è raro che un paese decida di toccare le proprie scorte strategiche, ed è ancora più insolito che lo faccia per ragioni di mercato piuttosto che di sicurezza in senso stretto. Poi perché la decisione è il frutto di un accordo privato tra governi, non della mediazione dell’Agenzia internazionale dell’energia (come fu nel 2011).
Solo una decina di giorni dopo la dichiarazione di Glasgow, Washington e Pechino tornano a collaborare, mentre litigano su quasi tutti il resto, come ci racconta stamane stessa Michele Marsonet. «Pur mancando i dettagli, queste intese sembrano confermare che la competizione tra le due potenze non debba necessariamente condurre a chiusure totali, ma che sia possibile trovare dei punti di contatto», segnala il Sole 24 ore. «Ammesso, però, che gli accordi soddisfino gli interessi di entrambi»: segnala il Global Times, tabloid legato al Partito comunista cinese, ha tenuto a sottolineare.
Sui prezzi dell’energia le preoccupazioni di Xi Jinping non sono certi diverse da quelle di Biden: l’andamento dell’inflazione è un tema sensibile anche in Cina, con l’indice dei prezzi alla produzione ai massimi dal 1995. A settembre il paese – il più grande importatore di greggio al mondo, seguito dagli Stati Uniti – aveva già messo in vendita barili dalla riserva strategica per modificare gli equilibri e dare sollievo alle raffinerie nazionali.
L’annuncio e le anticipazioni dei giorni precedenti hanno raffreddato i prezzi del petrolio, che tuttavia rimangono alti, intorno agli 80 dollari. Forse i trader si aspettavano di più. Ai cinquanta milioni di barili messi dagli Stati Uniti, Nuova Delhi ne aggiungerà 5, Tokyo e Seul poco meno ciascuna, Londra 1,5 e Pechino non ha fornito cifre. L’Opec+ continua a dire di non volere aumentare l’output oltre quanto stabilito (400mila barili al giorno ogni mese). A Washington, intanto, già si lavora alla nuova offensiva contro il cartello: una legge antitrust, chiamata Nopec, che potrebbe prendere di mira le finanze saudite ed emiratine con l’accusa di manipolazione del mercato.
Negli Usa ci sono pochi precedenti: la guerra del Golfo del ’91, gli uragani del 2005, la guerra in Libia del 2011. Mentre il governo giapponese non ha mai attinto alle riserve strategiche ma ha autorizzato le aziende private nel 1991 e per il terremoto del 2011 che distrusse la centrale nucleare di Fukushima. La Cina in genere agisce e poi comunica. Gli Usa sono i maggiori produttori e consumatori di petrolio del mondo mentre non hanno le maggiori riserve, primato che spetta a Venezuela, Arabia Saudita e Canada.