
Le fasi principali del processo sono state trasmesse in diretta dalle tv. Ancora una volta si riaccende la polemica sull’uso delle armi, sulla nozione di autodifesa, radicata nel Secondo emendamento della Costituzione americana.
Agosto del 2020, ancora l’estremismo trumpiano, gli Stati Uniti scossi dalle manifestazioni di «Black Lives Matter», dopo l’uccisione di George Floyd, a Minneapolis. Il 23 agosto un poliziotto colpisce con sette proiettili alla schiena l’afroamericano Jacob Blake, 29 anni. L’uomo stava cercando di sedare un alterco tra due donne. Stando all’avvocato della famiglia, Patrick Salvi, Blake non era armato. L’uomo rimarrà semi paralizzato. Dilagano le proteste, con scontri notturni tra attivisti e la polizia. Per tre notti consecutive Kenosha è terra di nessuno.
È da poco passata la mezzanotte, quando un ragazzo con un capellino da baseball girato al contrario si muove lungo Sheridan Road, nel centro della città. Porta a tracolla un fucile a canna lunga. Dalle immagini si direbbe un mitragliatore semiautomatico Ar-15, «in vendita come se fosse un attrezzo da giardinaggio in gran parte dell’America», sottolinea Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera.
Si scoprirà più tardi che si chiama Kyle Rittenhouse e che fa parte di «una milizia armata», la «Kenosha Guard». Si sono dati appuntamento via Facebook per «proteggere la proprietà», un benzinaio e alcuni negozi vicini. Kyle avanza nella strada buia. Un gruppetto di manifestanti lo insegue, lo raggiunge. Qualcuno lo butta a terra e tenta di disarmarlo. Ma la reazione è furibonda. Partono diversi colpi: si vede un corpo sull’asfalto. Kyle ora ha il tempo di rialzarsi e di fuggire. Scompare nel nulla ma la mattina dopo viene arrestato ad Antioch, in Illinois: ha soltanto 17 anni.
La vicenda diventò immediatamente politica, con l’intervento dell’allora presidente Donald Trump a favore dell’accusato, assolto prima ancora del processo. Il dibattimento in aula si è concentrato sulle intenzioni di Kyle, mentre restano aperti gli interrogativi di fondo, sottolinea il Corsera. «È giusto consentire a un privato cittadino, specie se minorenne, di girare per le strade con un fucile automatico, caricato con trenta proiettili?».
In una conferenza stampa a Grayslake, Illinois, il capo della polizia locale, Phillip Perlini ha descritto il programma di cui faceva parte Rittenhouse «un’opportunità offerta ai giovani per esplorare carriere nelle forze dell’ordine». Una bella promessa il giovane Kyle; buone premesse e buona mira, col rischio che per alcuni -‘uomini di legge’ in divisa- che diventi pure un mezzo eroe.
Kyle Rittenhouse sui suoi account social aveva espresso più volte il sostegno per le forze di polizia, ‘corpo armato capace di ristabilire un sistema di «legge e ordine», che poi è uno degli slogan politici preferiti di un candidato presidente.
Sul baby assassino Rittenhouse, il capo della polizia di Kenosha ha detto che ha usato «armi da fuoco per risolvere un conflitto in atto» e ha spiegato di essere del parere che i civili armati abbiano tutto il diritto di esercitare i loro diritti costituzionali […] Secondo il portale di notizie Slate, Rittenhouse faceva parte di un gruppo armato che ha agito sotto gli occhi benevoli della polizia. Ci sono immagini in cui agenti in divisa che riforniscono il gruppo di civili armati di bottiglie d’acqua.
Testimoni e video registrati nella zona degli omicidi mostrano che a Rittenhouse, dopo aver sparato, era stato permesso di andarsene senza essere immediatamente fermato dagli agenti lì accanto. Giustificazione ‘post morti’, «l’alto stress della situazione e la ‘visione a tunnel’ (?) degli agenti di Kenosha».
A difesa di Rittenhouse è intervenuto il capo stesso della polizia di Kenosha, Daniel Miskinis, che ha affermato che non ci sarebbe stato nessun «incidente se i manifestanti non fossero stati in strada dopo il coprifuoco». Rispetto del coprifuoco o pena di morte ad esecuzione privata, la sostanza di quanto prova a sostenere l’incredibile capo della polizia della sfortunata Kenosha.
E la violenza non è più quella del cacciatore, ma della preda che si difende (in tutti i western che abbiamo amato i violenti non sono i «pionieri» bianchi e le loro armate a cavallo che depredano e uccidono gli indiani, ma gli indiani che si difendono e cercano di impedirglielo).