Iraq: attentato con droni al primo ministro. Prossimo ritiro Usa, Baghdad come Kabul?

Il primo ministro iracheno Moustafa al-Kazimi è uscito illeso da un attentato con droni esplosivi lanciati contro la sua residenza. Tre droni, due dei quali sono stati abbattuti dalla sicurezza del premier. L’attacco è avvenuto mentre centinaia di manifestanti filo-iraniani stanno protestando contro il risultato delle elezioni parlamentari del 10 ottobre.
La condanna del dipartimento di Stato, i sospetti iraniani.
‘Sindrome afghana’. Tutti contro tutti, colpa di chi? ‘Degli americani’

L’Irak di nuovo al centro della crisi mediorientale

L’Iraq torna prepotentemente alla ribalta nella macro-area di crisi mediorientale. E lo fa fragorosamente, con un attentato che ha preso di mira, senza ucciderlo, il Primo ministro Mustafa al-Kadhimi. Un drone imbottito di esplosivo è stato lanciato contro la sua casa, nella Green Zone di Baghdad. Ha fatto diversi feriti tra le guardie del corpo, ma soprattutto ha portato la tensione nel Paese, che già era alta, alle stelle. L’Irak esce spossato dalla recente competizione elettorale, che non ha saputo dare risposte concrete. Anzi. Le domande, tutte angoscianti, si sono moltiplicate.

La situazione politica (per non parlare di quelle economica e sociale) è caotica, e all’orizzonte di questa regione martoriata si addensano nuvoloni neri come la pece. Perché?

‘Sindrome afghana’

Beh, per i motivi c’è solo l’imbarazzo della scelta. In questo momento, quello predominante potremmo definirlo come “sindrome afghana”. Nel senso che in molti cominciano a temere che Baghdad possa fare la fine che ha fatto Kabul tre mesi fa, con la ritirata generale degli americani. Il copione potrebbe ripetersi entro la fine dell’anno anche in Irak, dato che Biden ha ribadito l’intenzione di togliere il disturbo molto presto, come sancito nell’accordo siglato lo scorso 27 luglio alla Casa Bianca, proprio con Kadhimi. Per cui, chi vorrà mettere le mani sul potere, in Irak, deve cominciare a muoversi ora.

Chi poteva volere morto Kadhimi?

In linea teorica, i jihadisti sunniti, perché il premier, da capo degli 007, è stato un feroce nemico dell’Isis, dando la caccia ai seguaci del Califfato. Ma anche gli estremisti sciiti legati all’Iran, che non apprezzano i suoi legami con gli Stati Uniti e con gli inglesi. Kadhimi è diventato premier l’anno scorso, dopo una battaglia politica estenuante, durata sei mesi. Non lo volevano in molti. Anche perché era stato, per più di tre anni, direttore dei Servizi segreti. E quindi conosceva tutto di tutti. Aveva promesso di fare piazza pulita dei corrotti e di assicurare alla giustizia gli autori di almeno 600 uccisioni di massa, verificatisi durante manifestazioni di protesta.

Promesse non mantenute e sospetti iraniani

Ma finora ha fatto poco e niente. Tra le altre cose, le milizie filo-iraniane lo accusano di essere “complice” nell’omicidio “mirato” del generale Qassam Soleimani, il comandante delle formazioni paramilitari sciite, che operano in Siria e in Irak. Un discorso a parte meritano gli sciiti “parlamentaristi” dell’ayatolla Moqtada al-Sadr di Bassora. Hanno partecipato alle elezioni e hanno la maggioranza relativa, ma sicuramente non riusciranno a formare un governo di coalizione. Comunque, anche loro sono dei “duri e puri”, che però non gradiscono né le interferenze Usa, né quelle di Teheran. Per questo hanno condannato l’attentato a Kadhimi, come “un atto terroristico”.

Tutti contro tutti, colpe americane

Ma allora, da dove partono le attuali disgrazie dell’Irak? Tutti forse penserebbero al conflitto con l’Iran, a Saddam Hussein, alle due Guerre del Golfo. Beh, secondo un report di Al Jazeera, gli irakeni hanno una risposta univoca: è colpa degli americani. Sono loro che, dopo il 2003, si sono inventati la “muhasasa”, termine idiomatico arabo che significa, contemporaneamente, “settarismo”, “spartizione in proporzione”, “tribalismo”. Insomma, la famosa architettura istituzionale basata sulla tripartizione (sunniti, sciiti e curdi), plus un coacervo di etnie e minoranze che concorrono, per legge, a stravolgere l’assetto di potere millenario di un Paese che bene o male, aveva mantenuto un suo “asimmetrico” equilibrio.

Irak stabile o ‘democratico’ come oggi?

Certo, non “democratico” per come lo intendiamo noi. Ma se imporre il verbo occidentale è costato un milione di morti, qualche milione di rifugiati e un paio di guerre civili permanenti, forse la strategia che ci spingeva alla “esportazione” della democrazia, andava rivista prima.

Prima di sbarcare, spaccare tutto, piantare la bandiera e chiedersi: “Che ci stiamo a fare”? Prima di tornarsene a casa. Con le pive nel sacco.

Tags: Baghdad Iraq
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