Il quasi ignorato voto in Iraq, risultati contestati e il Paese resta una bomba in troppe mani

L’11 ottobre i festeggiamenti in piazza per la vittoria del movimento di Moqtada al Sadr a Baghdad, Iraq, Zuhair al Jezairy, giornalista che collabora con Internazionale, quasi festeggiava a sua volta. Due settimane dopo Zuhair già ci avverte che ci sono problemi prima ancora di partire: centinaia di ricorsi contro il risultato del voto ed è l’ennesima paralisi politica.

Sorprese e conferme del voto iracheno

Elezioni in Iraq svolte in modo tranquillo e pacifico, e non è stata novità da poco. Il movimento del leader sciita Moqtada al Sadr ha vinto le elezioni aggiudicandosi 73 seggi, seguito dal partito Taqaddum (progresso), guidato dall’ex presidente del parlamento Mohammed Halbousi, con 41 seggi. La coalizione Stato di diritto guidata dall’ex premier Nouri al Maliki ha conquistato 37 seggi, mentre il Partito democratico curdo guidato da Masoud Barzani ne ha ottenuti 32.

Le donne candidate hanno stupito gli uomini conquistando 97 seggi sui 329 totali del parlamento iracheno. Shock per i principali partiti islamici. I candidati indipendenti hanno infranto il monopolio dei partiti tradizionali ottenendo 20 seggi.

Quasi bello e all’apparenza facile

Il vincitore principale, come previsto, è stato il popolare religioso Moqtada al Sadr, anche se nonostante le sue piroette pre elezioni non è riuscito ad avere i cento se3ggio per la maggioranza assoluta. «Con qualche alleanza – per esempio con i curdi, che hanno accolto con favore la sua vittoria, con i blocchi sunniti e con gli indipendenti – potrà mettere insieme una coalizione ampia abbastanza da formare il governo», ma non sarà facile, avverte il giornalista iracheno.

L’ombra dello sconfitto Iran

Il grande perdente di queste elezioni è stato l’Iran. La milizia filoiraniana Fateh ha perso 31 dei 46 seggi conquistati alle ultime elezioni del 2018. Altre milizie hanno ridotto la loro presenza in parlamento a soli quattro seggi. Dopo un vertice di emergenza il leader di Fateh, Hadi al Amiri, ha accusato la commissione elettorale di essersi “arresa alle pressioni straniere”. «Il pericolo rappresentato dai perdenti sta non nei loro consensi ma nelle loro armi». Tre di questi gruppi hanno minacciato una “guerra civile tra sciiti” se i risultati saranno confermati.

Riconteggi e dito sul grilletto

Il numero dei ricorsi è arrivato a 379. «Sono tutte pressioni per entrare a far parte del prossimo governo», ha scritto su Twitter Moqtada al Sadr. «Tutti i partiti sono tornati alla retorica del 2005, e fanno appello alla formazione di alleanze su base confessionale».

Fronte sciita frantumato

«Una fonte della coalizione guidata dall’ex premier Nouri al Maliki, ha rivelato che per la nomina del governo i leader dei partiti sciiti terranno probabilmente un vertice nella città santa di Najaf sotto la guida di un rappresentante dell’ayatollah Ali al Sistani». Questa è l’unica mossa, spiega la fonte, per evitare una guerra civile tra gli sciiti.

Opposizione sunnita

Sull’altro fronte, comincia a prendere forma una coalizione d’opposizione composta da partiti arabi e curdi che controlla circa trenta seggi, a cui si potrebbero unire i rappresentanti dei gruppi che hanno boicottato le elezioni. «È il più ampio fronte d’opposizione in Iraq dal 2003».

Gli americani in uscita per chi tifano?

Diciotto anni dopo l’arrivo a Bagdad, gli Stati Uniti diminuiscono la loro presenza. Da luglio hanno iniziato ritirare entro fine anno, una parte consistente dei 2.500 uomini ancora sul posto. E, ancora più importante, a cambiare il volto alla missione, che non sarà più di combattimento ma di addestramento e di sostegno alle forze armate irachene. Con un occhio attento, e forse non soltanto quello, sul governo che prima o poi verrà, e sulla distanza che saprà tenere dall’Iran, nemico assoluto Usa.

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