
Facebook, era consapevole dei movimenti e dei gruppi di estremisti che sulla sua piattaforma cercavano di polarizzare l’opinione pubblica americana prima delle elezioni. La piattaforma social ha poi pubblicamente attribuito all’ex presidente Donald Trump il proliferare di informazioni false, ma il danno sociale e politi9co ormai era fatto con la sua indiretta responsabilità.
Sedici mesi prima delle elezioni presidenziali 2020, una dipendente di Facebook aveva denunciato la presenza di un’enorme massa di messaggi che rilanciavano teorie cospirazioniste. Due giorni dopo le elezioni, un altro dipendente aveva messo in guardia i colleghi dalla “disinformazione che avrebbe infiammato le elezioni”.
Un analista di dati aveva notato inoltre che il dieci per cento dei post a tema politico sostenevano l’ipotesi della frode elettorale. Per il New York Times la prova che il social network di Zuckerberg sapesse di ospitare una mole gigantesca di informazioni forvianti e complottiste, senza alcuna base verificata.
Dopo l’assalto al Congresso, avvenuto il 6 gennaio, la direttrice operativa, Sheryl Sandberg, aveva difeso Facebook, sostenendo come non ci fossero strumenti per fermare l’odio. Mark Zuckerberg, aveva addirittura che la società aveva fatto la sua parte “per garantire l’integrità delle elezioni”.
Nel luglio 2019, un ricercatore di un’azienda che studia la polarizzazione degli utenti, ha attivato un account di prova che per una “mamma conservatrice” nella Carolina del Nord e su questo account, in neanche una settimana di presenza sul social network, ha ricevuto diversi contenuti riguardanti QAnon, la teoria della cospirazione che sosteneva falsamente che Trump stesse affrontando un’oscura cabala di pedofili democratici.
«Sappiamo da oltre un anno che i nostri sistemi di raccomandazione possono condurre molto rapidamente gli utenti verso teorie e gruppi cospirativi», ha affermato il ricercatore.
“Stanno cercando di rubare le elezioni”.
Il 5 novembre, allarme di un dipendente di Facebook sulla la disinformazione sul voto era “evidente”. Peggio, «i commenti con le frasi più gravi venivano amplificati appositamente per apparire in cima ai thread dei commenti, diffondendo informazioni imprecise». «C’era anche una frangia di incitamento alla violenza».
La mattina del 6 gennaio, con i manifestanti radunati vicino al Campidoglio degli Stati Uniti a Washington, alcuni dipendenti di Facebook hanno notato e segnalato che i commenti degli utenti sui post che incitavano alla violenza erano aumentati quella mattina. Ma nulla è stato fatto. E tentato golpe fu.
‘Whistleblower’, intraducibile in Italiano, qualcosa come ‘gola profonda interna, denuncia al Washington Post. E qui la manipolazione via social diventa anche sanguinaria. La violenza nei confronti dei rohingya in Birmania, pilotata anche sul social dalla giunta militare: cosa di cui i vertici di Facebook avevano le prove. Complicità in genocidio, denuncia Giovanna Branca sul Manifesto.
Ricordate la Russia sostenitrice di Trump? Facebook nell’occhio del ciclone per lo scandalo dell’interferenza russa nelle elezioni Usa del 2016. Il suo responsabile della comunicazione Tucker Bounds: «Sarà un fuoco di paglia – avrebbe detto Bounds secondo il whistleblower –, qualche deputato si arrabbierà, e poi nel giro di un paio di settimane si interesserà a qualcos’altro. Ma intanto noi stampiamo soldi nel seminterrato. Va tutto bene».
«Vuoi cominciare una guerra con Steve Bannon?», avrebbe chiesto il direttore del Public policy team Joe Kaplan a un dipendente che aveva messo in discussione questa indulgenza nei confronti di alcune figure e organizzazioni.