La ‘Global Britain’ promessa da Boris, ma gli Usa guardano altrove. La scomoda verità in casa UK

«Johnson ha promesso una “Global Britain”, ma per ora di certo c’è solo che ha perso credibilità in Europa. E con l’America? La relazione non è mai stata simmetrica e Aukus non deve ingannare: l’interesse di Biden è scarso», scrive impietoso Mark Damazer, già vicedirettore di Bbc News, fino al 2019, presidente del St Peter’s College di Oxford, e rilancia in Italia il Foglio.

«Global Britain», grido di battaglia dei brexiteers

«Sì, suona bene e suona grandioso per una nazione insulare un tempo a capo di un enorme impero, della più grande marina del mondo e del più grande centro finanziario, e che ha ancora l’immenso vantaggio della lingua inglese. Perché preoccuparsi di qualcosa di così banale come l’appartenenza all’Unione europea – solo 27 paesi – quando ci si può definire in modo molto più ampio facendo riferimento a qualcosa di molto più allettante: l’intero globo?».

Ma cinque anni dopo il referendum…

Ma cosa vuole esattamente dire, “Global Britain”? «Sappiamo che non siamo più una grande potenza dell’Unione europea. E se siete ottimisti potreste indicare il patto di difesa e sicurezza Aukus siglato il mese scorso, sul fronte Indo-Pacifico contro la Cina». Inoltre, «Infastidire i francesi può essere divertente». Ma poi? Una volta liberato da tutti i compromessi legati all’Unione europea, «il leone britannico avrebbe ritrovato la sua voce autentica». «Ma – sorpresa, sorpresa – la voce della Gran Bretagna non risuona più forte nel mondo ora che siamo usciti dall’Unione europea». Per decenni la Gran Bretagna ha rivendicato una “special relationship” con Washington.

‘Special relations’ ma senza Churchill

Il termine fu coniato da Churchill verso la fine della Seconda guerra mondiale, a compensare il fatto che ormai l’America era la potenza mondiale per eccellenza e che la Gran Bretagna aveva perso da tempo persola sua leadership. Vero che ci sono legami di cultura, lingua e storia, ma non sempre molto altro, soprattutto da parte statunitense.

Afghanistan, alleati quando servono

Nessuna attenzione agli inglesi quando gli americani hanno ideato il caotico ritiro dall’Afghanistan, «lasciando l’establishment della difesa britannico sbalordito e il governo sconcertato». Eppure «Fu proprio la nostra apparente vicinanza agli americani che ritardò di un decennio la nostra adesione al mercato comune». Motivate diffidenze di De Gaulle sulle tentazioni britanniche «di coccolare gli americani». Ora tutti i politici francesi e non solo a dare ragione alle perplessità al generale. La Gran Bretagna nell’Union e europea doveva essere un “interprete transatlantico”. Versione «un po’ gonfiata e un po’ paternalistica –ironizza Damazer-. Gli americani avevano molti modi di parlare con gli europei senza bisogno di alcuna copertura derivante dal potere o dalla competenza britannica».

‘Aiutini’ oltre oceano

Attenti alle preoccupazioni americane, «esempio sulla spesa per la difesa, sulla politica antiterroristica o sul riciclaggio di denaro o sul medio oriente». Tradurre l’America all’Ue in cenere per la sciagurata guerra in Iraq nel 2003. Tony Blair non riuscì a convincere gli europei ad andare in guerra. O le prove delle inesistenti armi di distruzione massa di Saddam, o il servilismo ‘speciale’. «Come tutti sappiamo Blair scelse la seconda strada e con quella fatidica decisione perse un’enorme quantità di potere e prestigio sia nel Regno Unito sia nell’Ue».

Una pessima idea

«L’America avrebbe potuto vincere la guerra senza di noi. Ma Blair non accettò l’offerta. Sostenuto dal Partito conservatore all’opposizione e dalla maggior parte dei suoi stessi parlamentari preferì mostrare una cospicua solidarietà con gli americani rispetto a ciò che si dimostrò essere uno scetticismo europeo del tutto giustificato».

Blair eroe Usa e gli amici utili

Quella scelta rese Blair una specie di eroe negli Stati Uniti ma non in casa. «Diciamolo chiaramente: noi non contiamo per loro quanto loro contano per noi». «L’America ha la popolazione, il potere militare, il peso economico, la valuta di riserva mondiale, e molto altro». «Ma a volte gli americani si dimenticano di dire che siamo i loro migliori amici». «E’ una verità scomoda per i fan della Brexit che i presidenti americani, tranne, ovviamente, Trump, volessero la Gran Bretagna nell’Unione europea piuttosto che fuori». Ora Boris Johnson, orfano di Trump. «Quando ha guidato la campagna per la Brexit, sei anni fa, Johnson ha parlato di un accordo commerciale speciale tra America e Gran Bretagna».

Le bugie di Boris e di Trump

Prima di Trump il presidente Obama era stato chiaro, “Se la Gran Bretagna lasciasse l’Ue –disse nel 201 – sarebbe in fondo alla coda per qualsiasi accordo commerciale con l’America”. Trump ha detto altro -in gran parte per infastidire gli europei-, ma non fatto nulla. La questione UK non figurava tra le prime duecento delle sue priorità di politica estera. «E il presidente Joe Biden non è altrettanto interessato».

Ottimismo ‘aria fritta

«Johnson lo ha visto a Washington il mese scorso e sulla via del ritorno nel Regno Unito ha fatto ciò che gli riesce meglio: pronunciare parole di ottimismo sfrenato e buon umore che sono, in realtà, aria fritta».

Washington, l’Irlanda e l’Europa

Critiche americane sul modo in cui Johnson sta gestendo la questione dell’Irlanda del nord nella Brexit. Grosso problema e piccoli successi che Boris s’è falsamente attribuito, dall fine dell’embargo Covid agli accordi sul clima. «Ma il patto commerciale con gli Stati Uniti – il magico ingrediente post Brexit – non si vede più». «Nell’Ue, abbiamo relazioni peggiori con molti dei nostri ex partner e nessun miglioramento significativo con nessun altro. Certamente non con gli americani. Rimaniamo un’interessante potenza di seconda classe con alcune risorse preziose».

Cosa abbiamo veramente ‘noi britannici’

«Abbiamo il prezioso vantaggio della lingua inglese, dello stato di diritto, un’economia più o meno grande – anche se non molto produttiva – alcune grandi università, un meraviglioso insieme di industrie creative, libere elezioni e molto altro. Si può aggiungere a questo elenco il nostro seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite se si desidera un ricordo delle nostre glorie passate e qualche potenziale status contemporaneo».

Ma la vanagloria e l’arroganza che circondano gran parte della retorica britannica post Brexit sono ben lontani dal meglio di ciò che abbiamo da offrire.

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