
Secondo quanto riportato dall’ex dipendente e quanto riferisce Ilaria Betti sull’HuffPost, il social media aveva adottato sistemi di sicurezza per controllare la disinformazione prima delle elezioni presidenziali del 2020, ma poi li aveva allentati di proposito «dando priorità alla crescita piuttosto che alla sicurezza». E qui arriva il colpo più duro. Proprio l’abbandono di tali sistemi di sicurezza sarebbe corresponsabile anche dell’assalto al Congresso del 6 gennaio scorso. «Avevano pensato che se avessero cambiato gli algoritmi per rendere il sistema più sicuro, la gente avrebbe speso meno tempo sui social, avrebbero cliccato meno le inserzioni pubblicitarie e Facebook avrebbe fatto meno soldi», ha dichiarato la Haugen.
Tutto è cominciato quando John Tye, fondatore dell’organizzazione nonprofit “Whistelbower Aid”, è stato contattato da una donna che sosteneva di aver lavorato a Facebook. Che non fosse una cliente qualunque Tye e il suo team lo hanno capito alla vista di centinaia di pagine di documenti interni e fino a quel momento “segreti”, custoditi gelosamente dal più influente social network del mondo. Da lì l’operazione ‘WikeLeaks Facebook’, e Frances Haugen diventa “Sean”, nome di copertura come nella vere storie di spie. «Una persona coraggiosa – così la descrive oggi l’avvocato al New York Times -. Si è presa un rischio personale e si è schierata contro un’azienda da trilioni di dollari».
Trentasette anni, di professione product manager, ha lavorato per circa due anni nel “civic misinformation team” di Facebook, la squadra contro la disinformazione, le fake news, prima di lasciare il suo posto di lavoro a maggio, e lei stessa, sul sito personale web e su Twitter si descrive come “un avvocato per la sorveglianza pubblica dei social media”. Nativa di Iowa City, ha studiato ingegneria elettronica all’Olin College e il dottorato ad Harvard. Ha poi lavorato in aziende come Google, Pinterest e Yelp. A giugno 2019 si è spostata a Facebook. E lì ha iniziato ad avere dei problemi.
Nell’intervista a “60 Minutes” spiega di aver lavorato in diversi social network nella sua carriera ma di non aver mai trovato una situazione peggiore di quella di Facebook. Astio personale per qualche ragione recondita? Lai sostiene che a farle orrore era quello che vedeva ogni giorno con i suoi occhi: «l’azienda metteva ripetutamente i suoi interessi prima di quelli del pubblico». Quindi ha iniziato a copiare pagine e pagine di ricerche interne per avere dei documenti concreti da mostrare eventualmente in un’aula di tribunale. Una Assange dei social. E molti dei documenti segreti sono stati, pian piano, passati al The Wall Street Journal che ha potuto pubblicare inchieste interessanti e utili, come quella del potere di Instagram sulle teenager.
«Non ha avuto paura di parlare, Frances», esalta Ilaria Betti. Nell’intervista a “60 Minutes” Haugen racconta di aver presentato diverse denunce alla Sec, la Consob americana, nelle quali accusava il social di aver nascosto le sue ricerche e i suoi studi agli investitori e al pubblico. Ogni lettera indirizza all’organismo faceva un paragone tra le prese di posizione pubbliche di Mark Zuckerberg e i dati interni che l’azienda possedeva.
Poi l’accusa più grave. Facebook avrebbe contribuito anche alla diffusione di fake news durante le elezioni e l’assalto a Capitol Hill. «Mentre pubblicizzava il suo impegno contro la disinformazione e gli estremismi nati dalle elezioni del 2020 e la relativa insurrezione, in realtà Facebook sapeva benissimo che i suoi algoritmi e le sue piattaforme promuovevano questo tipo di contenuti», si legge in una di queste denunce clandestine. «Facebook ha fallito nel prendere contromisure interne».
L’ex dipendente ha poi parlato con diversi senatori, come Marsha Blackburn del Tennessee e Richard Blumenthal, democratico del Connecticut e anche con loro ha condiviso i documenti. Blumenthal dice che fin dall’inizio la Haugen si è mostrata una fonte attendibile e solida. Ma non si è fermata qui. Si è confrontata anche con avvocati in Francia e Gran Bretagna, così come con membri del Parlamento Europeo.
Perché fa tutto questo? In un video postato su Whistleblower Aid, Haugen afferma che il suo scopo non è quello di far fallire Facebook o di assestargli un duro colpo, anche perché quest’ultimo comunque non risolverebbe i tanti problemi dell’azienda. Afferma che il suo obiettivo ha a che fare solo con la trasparenza. «Credo che potremmo fare di meglio – si legge nel suo tweet -. Insieme possiamo creare un social media che tiri fuori il meglio di noi. Possiamo risolvere i problemi insieme, non risolviamoli da soli».
La piattaforma riflette il “bello, il brutto e il cattivo dell’umanità” ma che fa di tutto per “mitigare il brutto, ridurlo e amplificare ciò che c’è di buono”.
Quasi un castigo della Rete. Facebook, WhatsApp e Instagram escluse ieri dalla Rete planetaria in Europa e negli Stati Uniti, danno valutato di 6 miliardi di dollari. E’ stata la peggiore interruzione di servizio dal 2008. Facebook e le sue app Instagram e WhatsApp hanno lentamente ripreso a funzionare dopo un blackout di circa sette ore in Europa e negli Stati Uniti. Lo riportano il New York Times e altri media Usa.