
Il suo governo continua a non prendere alcun impegno per arrivare ad emissioni zero nel 2050, nonostante sia il Paese più inquinante in rapporto al numero di abitanti.
Contagi e violenza. Forti tensioni a fine agosto nelle principali città dell’Australia con botte e centinaia di arresti. L’ennesimo lockdoun anti covid in assenza della campagna vaccinale decente promessa. E in l’Australia la quota di popolazione interamente vaccinata langue ancora al 30% e le proteste anti-lockdown iniziano a far breccia nella popolazione. Mentre le divisioni politiche si fanno sempre più forti tra il Governo federale del quasi negazionista Scott Morrison e le Autorità dei diversi Stati della federazione.
Ormai lo scontro politico è a ogni livello e non riguarda solo i due partiti di riferimento (i Labour che rappresentano l’opposizione e i Liberal molto poco liberali al Governo), ma coinvolge in modo trasversale i premier dei vari Stati australiani, sempre pronti a chiudere i confini interni e a rinfacciarsi reciprocamente la responsabilità di non aver tenuto a bada la pandemia in casa propria. Un caos istituzionale senza precedenti, in un Paese tradizionalmente in grado di gestire con armonia le decisioni interne. Sino a ieri almeno, denuncia su ‘Il caffè geopolitico’, Dario Privitera.
Per capire: Melbourne ha trascorso in lockdown circa 200 giorni dell’ultimo anno solare. Numero che ha saturato qualsiasi margine di sopportazione da parte della popolazione.
L’Australia del rigore, soprattutto versi gli altri. La chiusura totale dei confini nei confronti degli stranieri, il sistema di arrivi contingentati e l’obbligo di quarantena per i cittadini di rientro dall’estero. Ma la strategia zero-Covid tanto pubblicizzata caduta di fronte alla variante Delta, molto più cattiva di Morrison. Che nelle ultima settimane è stato costretto ad ammettere che l’unica via d’uscita è rappresentata dal vaccino. «Una considerazione del tutto scontata in qualsiasi parte del mondo, ma non in Australia, dove per mesi l’agenda politica si è incentrata soprattutto sul tenere la Covid-19 fuori dai confini».
Celebre l’infausta dichiarazione del premier Scott Morrison, che per giustificare i ritardi nella partenza del programma vaccinale dichiarava “this is not a race” , questa non è una gara. Infatti era solo una sua scemenza.
L’Australia ha avuto la sfortuna, e forse la miopia, di puntare quasi unicamente sul vaccino AstraZeneca, che secondo i piani iniziali doveva essere prodotto in Australia. Fatti a fidare di Boris (ora anche con i sommergibili nucleari). Promessa tradita, segnala ancora Dario Privitera, e governo australiano finito in coda per ottenere la fornitura del vaccino Pfizer. Poi una campagna giornalistica allarmistica sull’utilizzo di AstraZeneca e i movimenti no-vax che hanno fatto precipitare l’Australia in fondo alla classifica dei Paesi industrializzati per tasso di vaccinazione.
Solo da poche settimane il Paese sta tentando una rincorsa nella vaccinazione col Paese ancora ferma a una percentuale di immunizzazione del 30%, ben al di sotto del 59% dell’Italia o del 63% del Regno Unito. Un quadro desolante, se si pensa che la popolazione australiana è di soli 25 milioni. Nuova promessa (?) del Governo, vaccinare il 70% della popolazione di età superiore ai 16 anni entro la fine dell’anno, e il superamento degli attuali limiti ai viaggi internazionali per gli australiani vaccinati potrebbe non avvenire prima di marzo-aprile del prossimo anno.
Per la completa riapertura dei confini ai cittadini stranieri il Governo non fissa invece alcuna data e per il momento niente green pass. Del resto, «non è mica una gara…», Morrison dixit
L’Australia è stata per anni impegnata nelle operazioni militari in Afghanistan. Operazione Slipper, terminata nel 2014, che ha visto l’impiego di oltre 26mila soldati con 41 caduti. Ma pur avendo programmato i visti umanitari al personale civile che aveva collaborato col proprio esercito, anche qui, parola mancata. Solo tre giorni dopo la caduta di Kabul il primo aereo australiano è atterrato a Kabul. Da allora centinaia di afghani sono ancora in attesa di ottenere lo status di rifugiati. E i 100 visti ai contractors che li avevano protetti, appesi alla ormai classica altalena del decidi e poi ti rimangi
«Un Paese normalmente abituato a programmare le proprie mosse con estrema avvedutezza che non sembra al momento in grado di adottare decisioni rapide ed efficienti a fronte di situazioni di emergenza», denuncia Dario Privitera.