
Nomi e cognomi, impieghi, connessioni familiari, appartenenza etnica, impronte digitali, scansioni dell’iride che offre ai talebani al potere di sapere con poco sforzo chi ha collaborato con le forze occidentali, o lavorato per il governo ‘americano’ precedente. Tutto quello che vorresti poter sapere su un eventuale nemico.
«A tre giorni dalla caduta di Kabul, il 18 agosto, delle fonti dell’esercito statunitense confermano a The Intercept che durante l’offensiva i talebani si sono impossessati dei dispositivi HIIDE (Handheld Interagency Identity Detection Equipment), in uso alle forze armate americane per operazioni militari, e collegate al database ABIS, custodito al Dipartimento della Difesa e con cui, come spiega la giornalista investigativa Annie Jacobsen, venivano identificati gli obiettivi degli attacchi condotti con i droni».
Scopo dichiarato puramente militare, raccontarono. «Stabilire l’identity dominance (dominio sull’identità) statunitense nel Paese centroasiatico avrebbe consentito agli Usa un vantaggio strategico nei confronti del nemico: prevenire gli attacchi all’esercito, ottenere una preziosa intelligence sui suoi piani e spostamenti».
Con un’inchiesta pubblicata il 30 agosto per la MIT Technology Review, Eileen Guo e Hikmat Noori hanno chiarito che il vero pericolo è rappresentato dai database biometrici: «il censimento, la lotta alle truffe come gli ‘stipendi fantasma’ destinati a inesistenti membri dell’esercito e la polizia, la gestione di processi democratici come il voto».
«A differenza del database protetto dal Dipartimento di Stato Usa, questi sono database afghani, custoditi nei vari ministeri di Kabul, con ogni probabilità a portata di mano per coloro che oggi esercitano il potere».
L’influenza statunitense sulla elaborazione fuori dai propri confini di un esperimento di sorveglianza e controllo totale è evidente dalle decine di acronimi militari fra cui bisogna districarsi per comprendere quanti dati, e soprattutto di che entità, sono ora a disposizione dei talebani.
Due in particolare si impongono all’attenzione: l’AABIS (Afghan Automatic Biometric Identification System), a disposizione del Ministero della difesa e che mirava a raccogliere, secondo Jacobsen, i dati biometrici sull’80% della popolazione afghana, e l’APPS (l’Afghan Personnel and Pay System), in dotazione al Ministero dell’interno e a quello della difesa per pagare gli stipendi di esercito e polizia.
Nel suo libro First Platoon: A Story of Modern War in the Age of Identity Dominance (2020), Jacobsen spiega che la strategia «biometrica» nasce in Iraq, a pochi mesi dall’invasione statunitense, quando l’Fbi inizia a raccogliere i dati biometrici delle decine di migliaia di detenuti a Camp Bucca – fra i quali il futuro «califfo» dello Stato islamico al-Baghdadi – e a raccoglierli in database.
E la ‘Defense Science Board’, consiglieri civili del Pentagono voluti da Donald Rumsfeld, arriva a stabilire che per i database serve un «Progetto Manhattan» (il programma che ha portato allo sviluppo delle prime bombe atomiche): «qualcosa che li trasformi da dati grezzi in armi».
Nel 2010, una conferenza della Combined Joint Interagency Task Force per l’utilizzo dei dati biometrici in un’altra guerra Usa, quella combattuta in Afghanistan, detta però già le linee guida per un utilizzo di questi dati che si espande ben oltre la dimensione militare. APPS, per esempio, raccoglie (fra quelli noti) ben 36 data points sulle persone schedate – fra cui informazioni sensibilissime come le parentele e l’etnia.
Altri dati base non meno «minacciosi», quelli (come scrive Politico) custoditi dalle compagnie di telecomunicazione, che consentono di stabilire chi ha chiamato chi – anche personale occidentale in contatto con collaboratori afghani -, gli spostamenti delle persone in base alle celle agganciate dai telefoni, perfino il contenuto delle conversazioni.
«Già nel 2016 i talebani avevano dato prova del loro interesse – e capacità – nell’accedere a dati biometrici dei ‘collaborazionisti’ con il governo e gli invasori», sottolinea Giovanna Branca. A Kunduz avevano preso in ostaggio 200 passeggeri di un bus e ucciso 12 membri dell’esercito afghano, individuati con un dispositivo in grado di scansionare e riconoscere le impronte digitali.
«Gli Stati Uniti hanno preso prudenti precauzioni per assicurarsi che dati sensibili non cadano nelle mani dei talebani. Queste informazioni non sono a rischio», ha affermato un portavoce del Dipartimento della difesa.