
Un aereo di linea della Qatar Airways con circa 200 persone a bordo. Praticamente tutti afghani con doppio passaporto. A bordo anche quattro persone col passaporto italiano, precisa Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera. «Scalo riparato e ripulito. Ma ancora il radar non è perfettamente funzionante. All’illuminazione della pista servono interventi urgenti. Si viaggia soltanto alla luce del giorno». Sino a ieri erano arrivati solo aerei di addetti a riparare lo scalo, oltre a voli di aiuti umanitari dal Pakistan, dell’Onu e della Croce Rossa.
Gli americani vorrebbero evacuare altre centinaia di afghani che hanno collaborato con la coalizione internazionale, ma non sono ancora riusciti ad utilizzare il ponte aereo. Sei aerei charter carichi di afghani accettati negli Usa sono bloccati sulla pista dello scalo di Mazar-i-Sharif, nel nord.
Merce di scambio, per i Talebani. Che avevano assicurato nei giorni scorsi che non gli avrebbero impedito di lasciare l’Afghanistan. Ma lo faranno gradualmente, per ottenerne in cambio il massimo.
I divieti dei Talebani non fermano le proteste in Afghanistan. Come accade ormai da giorni, specie dopo l’annuncio del nuovo governo di soli uomini dei sedicenti studenti coranici, i manifestanti sono tornati a riunirsi a Kabul e in altre città del Paese. «Tra loro ancora molte donne, determinate a denunciare le violazioni dei loro diritti e la volontà di relegarle ai margini della società», ripete Giuliano Battiston sul Manifesto.
Il nuovo ministero dell’Interno guidato dal Sirajuddin Haqqani (ieri su Remocontro il ritratto politico del ministro senza volto), ha introdotto una norma che vieta tutte le iniziative pubbliche non espressamente autorizzate. Ma le attiviste promettono di non arrendersi.
«I Talebani devono capire che l’Afghanistan di oggi non è quello che hanno governato fino a 20 anni fa», riporta il quotidiano turco Hurriyet tra le manifestanti.
«I Talebani sono stati cooperativi. Hanno dimostrato flessibilità». Dichiara a stupire Jen Psaki, portavoce della Casa Bianca. Mentre emergono nuovi particolari sulla violenza con cui manifestanti e giornalisti sono stati trattati nei giorni scorsi. Le foto delle schiene di Nematullah Naqdi e Taqi Daryabi, giovani giornalisti del quotidiano investigativo Etilat-e-Rooz, finiti in carcere, da dove sono usciti con le schiene solcate dai segni rossi delle frustate.

«Mentre reprimono internamente, esternamente i Talebani sono alla ricerca di riconoscimento e dei danari per mandare avanti una complessa macchina istituzionale. L’economia è in caduta libera, le istituzioni congelate nonostante l’annuncio del governo».
Dopo la non scontata e certa conquista talebana del Panshir, scontri armati anche intensi sono stati segnalati due giorni fa nella provincia del Kunar al confine con il Pakistan. Le ormai note interferenze di Islamabad denunciate dai manifestanti civili a Kabul ed Herat. Dall’altro confine importante, quello con l’Iran, arriva invece il commento dell’ex ministro degli Esteri, Jawad Zarif: «in Afghanistan si ripete un clamoroso errore strategico. Nessun attore, interno o esterno, può governare il valoroso popolo afghano». Si riferisce proprio a Islamabad. «E non promette nulla di buono», commenta Giordana.