
Il popolare leader religioso Muqtada al Sadr ha deciso di boicottare le prossime elezioni irachene. In un discorso trasmesso in televisione, Al Sadr ha avvertito gli iracheni mettendoli in guardia dalla possibilità di un destino simile a quello dell’Afghanistan e della Siria, segnala Zuhair al Jezairy, e «Immediatamente dopo il suo discorso tutti i politici della sua coalizione hanno annunciato il ritiro dalla prossima consultazione elettorale». Il problema politico istituzionale è che oggi Al Sadr controlla il blocco più consistente dello spezzettato parlamento iracheno: 54 deputati su un totale di 325 seggi. «Solo poche settimane fa i suoi seguaci contavano di conquistare 100 seggi nel prossimo parlamento: con numeri del genere la coalizione avrebbe avuto l’opportunità di dare forma al futuro governo».
Probabilmente il leader politico religioso Muqtada al Sadr non darà seguito alla minaccia, ma il segnale delle tensioni in corso è evidente. La tornata elettorale è prevista per il 10 ottobre, la quinta dalla guerra americana del 2003. Ma i partiti principali, assieme a quello ‘sadrista’, si comportano con molto nervosismo e altre cinque coalizioni hanno annunciato il boicottaggio delle elezioni. E alcuni partiti dietro le quinte hanno tentato di rinviare la consultazione ad aprile del 2022. Trattative in corso se tenere comunque le elezioni nella data stabilita oppure rinviarle, per dare più tempo ai tentativi di mediazione con le forze in contesa.
La rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per l’Iraq, Jeanine Hennis-Plasschaert, al Consiglio di sicurezza il 25 agosto: «le elezioni sono di grande importanza per il futuro dell’Iraq, e boicottarle non è una strategia efficace». Ma a chi voleva parlare? Per le elezioni ad ottobre il Partito democratico del Kurdistan (Pdk) e il partito dell’ex primo ministro Nouri al Maliki. Ma sul fronte del boicottaggio una denuncia molto chiara e amara: «È inutile. Saranno tre le forze a influenzare le prossime elezioni: la minaccia delle milizie sciite nel sud e a Baghdad, il flusso di denaro nelle regioni sunnite occidentali e i brogli elettorali nel Kurdistan iracheno. Anche con un vasto boicottaggio i soliti partiti dominanti si ricicleranno per la quinta volta».
Sulle manovre politiche in vista del voto lo stesso giornalista iracheno aveva condiviso la lettura pessimistica. «Sono tre gli elementi che, come in passato, influenzeranno il voto: potere, denaro e armi. Tutti e tre sono nelle mani dei principali partiti confessionali, e c’è da aspettarsi che la violenza giocherà un ruolo ancora maggiore». E la cronaca di fatto occultata, quando la scopri di offre uno scenario quasi da guerra civile. Dall’inizio delle proteste nell’ottobre 2019, più di 70 attivisti sono stati uccisi o hanno subìto attentati, mentre altre decine sono stati sequestrati. «Per questo si assottigliano le opportunità per i candidati indipendenti, in particolare quelli emersi dalle proteste. Senza un clima di sicurezza, molti di loro scelgono di sostenere la campagna di boicottaggio del voto».
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