
«L’Afghanistan potrebbe essere governato da un consiglio di governo, mentre il leader del movimento, Haibatullah Akhundzada, rimarrebbe probabilmente al comando dalle retrovie», ha detto ancora alla Reuters Hashimi. Struttura di potere simile a quella con cui i talebani guidarono l’Afghanistan dal 1996 al 2001. Allora il leader supremo mullah Omar (fondatore del movimento) nell’ombra, e la gestione quotidiana del Paese ad un consiglio di governo. Tra i leader che potrebbero comporre il direttivo ci sono Mawlavi Yaqoob, figlio del mullah Omar, Sirajuddin Haqqani, leader della potente rete Haqqani, e Abdul Ghani Baradar, che dirige l’ufficio politico dei talebani a Doha. Tutti nomi da imparare.
Come l’Occidente sceglierà di agire sul piano diplomatico ed economico con i nuovi padroni di questo crocevia dell’Asia Centrale, su cui convergono gli interessi e le preoccupazioni di molti attori globali e regionali, dalla Cina alla Russia, dal Pakistan all’Iran? Quesito chiave oltre l’emergenza di questi giorni: continuiamo ad aiutare gli afghani (aiuto interessato perché non ci piombino in casa), anche se ora sono comandati dai ‘cattivi’, o li affamiamo? Nel 2020 –dati della Banca Mondiale – aiuti per 19,81 miliardi di dollari, il 43% del Pil del paese. E i primi segnali sono subito contradditori.
«Le risorse dei talebani, com’è noto, derivano in buona parte da attività criminali, a cominciare dalla coltivazione del papavero da cui si ricava l’oppio e poi l’eroina, e quindi dal traffico di droga», elenca Giulia Belardelli sull’HuffPost. «Un’altra parte di reddito arriva dall’estorsione ai danni di imprese locali e dai riscatti ottenuti dopo i rapimenti; poi ci sono le tasse, che i talebani impongono praticamente su tutto ciò che toccano. A questo bisogna aggiungere i fondi che il gruppo ottiene da sostenitori con sede in Pakistan e nei paesi del Golfo».
Secondo un rapporto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni, il reddito dei talebani arriverebbe a un miliardo e mezzo l’anno. Nella prima conferenza stampa a Kabul, i talebani hanno dichiarato che l’Afghanistan non sarà più un centro per la coltivazione del papavero da oppio o per il business della droga, «il che – a volerli prendere sul serio – apre ulteriori incognite sulle condizioni di vita della popolazione afghana». Ma l’Afghanistan produce oltre l′80% dell’oppio mondiale. E da quel papavero dipendono centinaia di migliaia di posti di lavoro in un paese devastato dalla disoccupazione dopo quarant’anni di conflitto.
Il nodo, ora, è chi e come sarà disposto ad aiutare, con possibili nuovi amici interessati. L’amministrazione Biden ha già congelato le riserve del governo afghano depositate in banche americane, impedendo ai talebani l’accesso a 9,5 miliardi di dollari. Secondo il Washington Post, la decisione è stata presa domenica, mentre i talebani prendevano il controllo di Kabul, dalla segretaria al Tesoro Janet L. Yellen e dai funzionari del Foreign Assets Control. Questa del congelamento dei beni è la prima di una serie di decisioni economiche che Washington dovrà prendere nei confronti dell’Afghanistan di nuovo in mano ai talebani, che fanno parte della lista dei cattivi del Tesoro Usa.
Russia, Cina e Turchia hanno già accolto con favore le prime dichiarazioni pubbliche dei talebani, e anche l’Iran del neo presidente Ebrahim Raisi ha definito il ritiro delle forze occidentali una occasione per “lavorare nuovamente a una pace duratura”.