Tragedia imprevedibile? La poderosa e hollywoodiana potenza spionistica Usa
– Imperdonabile la clamorosa l’inadeguatezza della elefantiaca macchina di spionaggio statunitense, ‘intelligence’ assolutamente poco intelligente. I talebani previsti come prossimi vincenti, era facile. Immaginare una struttura statale afghana in grado di competere sul piamo politico militare coi talebani dopo averla vissuta dall’interno, è stata incapacità pura. – L’aver immaginato un futuro governo di ‘unità nazionale’ è un mix di ingenuità e di incapacità politica. L’aver valutato in tre mesi la temuta caduta di Kabul, sembrava frutto di poderose e coraggiose analisi (anche se gli inglesi prevedevano un solo mese). Con Kabul caduta in tre giorni, allora vuol dire a che Lagley, sede ufficiale della Cia, le spie sono a livello del nostro compagno di classe ruffiano.
George Bush Center for Intelligence, quartier generale della CIA a Langey (Virginia)
Catastrofe imprevedibile?
Oltre le responsabilità politiche americane in casa occidentale per aver imposto un’uscita militare più simile ad una fuga che a una ritirata. Clamoroso errore politico modello trumpiano, ‘America first’ anche per Biden, prima gli interessi politici e elettorali di casa, e chi se ne frega del resto del mondo.
Ieri Alberto Negri: «La caduta di Kabul è avvenuta con i talebani che hanno conquistato senza combattere 25 città in 10 giorni. Questo dopo 20 anni di occupazione militare, migliaia di morti e miliardi di dollari buttati in un esercito nazionale che non esiste perché non c’è uno stato afghano. Come dal 2003 non c’è uno stato iracheno e dal 2011 uno libico. Vatti a fidare dell’Occidente e degli americani».
Oggi Piero Orteca: «Il disastro afghano e la sorprendente caduta di Kabul dimostrano che oggi i destini del pianeta sono affidati a una banda di maneggioni. Chi si fiderà più degli americani? Le raffazzonate competenze strategiche degli Stati Uniti note da decenni. Meno logico è che gli alleati della coalizione siano andati appresso alle loro previsioni, come i sorci dietro il pifferaio di Hamelin».
Ma la poderosa e hollywoodiana potenza spionistica americana?
United States Intelligence Community
La United States Intelligence Community è una struttura burocratica che mette nominalmente assieme le altre 16 agenzie e organizzazioni spionistiche reali. Un po’ come il nostro DIS, che ‘coordina’ lo spionaggio vero. Da noi due sole strutture, Aisi ed Aise, sicurezza interna ed estera, da loro, Superpotenza, l’assurdità di 16 strutture di diverso spionaggio formalmente autonome tra loro ma ‘coordinate’ da un capo della Intelligence Community. Fino al 2004 il direttore della CIA ne era anche il capo. Ora il direttore della National Intelligence è nominato direttamente dal presidente degli USA, ma sullo spionaggio vero conta praticamente zero.
16 spionaggi e una montagna di miliardi
La comunità dell’intelligence statunitense è tra le più complesse e frazionate del mondo. Secondo gli elenchi ufficiali, vi fanno parte a pieno titolo ben sedici agenzie. Nel 2017, il budget per l’intero sistema di intelligence Usa era previsto a 53 miliardi di dollari, di cui quasi 18 all’intelligence militare. Proviamo a sintetizzare. Intelligenza Air Force, Marina e persino Guardia Costiera. Poi la Difesa per evitare inciampi all’afghana e l’Army Intelligence per le operazioni sul campo. Già a 5 e solo con le stellette militari. Poi Dipartimento energia, sicurezza interna, Dipartimento di Stato, Tesoro, e la Dea antidroga. Dal 10 in su, la parte spionisticamente più nota. FBI, controspionaggio; NSA, l’orecchio Usa sul mondo; NGA, l’intelligence ‘geospaziale’, satelliti insomma, assieme all’NRO, poi finalmente la Cia, la Central Intelligence Agency, «che produce dati e analisi per il governo degli Stati Uniti, raccogliendo informazioni ed elaborandone altre provenienti da altre agenzie al fine di perfezionare il decision making dell’Amministrazione». Dei 53 miliardi di budget destinati nel 2017 (molti di più adesso ma ci manca il dato) all’intera rete dell’intelligence Usa, 15 sono destinati alla CIA.
Intelligence Failures, IF
Un volume scritto da un ex vicedirettore della CIA, Michael Morell, cita le famose ‘primavere arabe’ pensate da molto spionaggio Usa come un tentativo di emarginare e isolare i jihadisti in tutto il mondo islamico. Un inciampo vicino all’attualità afghana. I maligni mettono nel conto il fallimento dell’attacco alla ‘Baia dei Porci’ Cuba 1961, l’offensiva del Tet in Vietnam 1968, la cacciata dello scià in Iran e la rivoluzione komeinista, sino gli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Tra i successi rivendicabili, l’uccisione di Osama Bin Laden nel maggio del 2001 e di Abu Musab al-Zarqawi, capo di Al Qaeda in Iraq, nel giugno del 2006. Altro non si sa, o comunque meglio stare nel vago.
Problema, il rapporto politica e spionaggio
Il primato dovuto della politica, l’espressione democratica del Paese, e il suo rapporto gerarchico con i tecnici dell’intelligence. Problemi, esperienze storiche diffuse, quando il politico o il tecnico prevaricano rispetto al loro ruolo istituzionale. Abbiamo allora, o i ‘Servizi segreti deviati’, oppure, ordini politici deviati da tenere nascosti. Ma il vero danno potenziale da parte della politica, è sulla scelta dei vertici dello spionaggio, troppo spesso legata più alla fedeltà di schieramento o dalla necessità di mediazione fra più poteri, rispetto ad una oggettiva valutazione delle capacità per quel delicatissimo ruolo.
Anche l’Italia ma oggi solo Usa
Lettura esclusivamente americana oggi del problema rispetto al clamoroso e tragico inciampo afghano. La politica e i vertici della Cia. Numeri. Dal 1946, fondazione, al 2005, 60 anni, i capi della Cia che si sono succeduti sono stati 17. Tre anni e mezzo la media dell’incarico, che non è statisticamente male rispetto al succedersi dei presidenti in carica. Dal 2005 ad oggi, 16 anni ancora da compiere, 12 nomi (per la prima volta una donna), e durata in carica decisamente più breve. Record imbattibile quello di Donald Trump e della signora Meroe Park, capo della Cia per 3 giorni nel gennaio 2017. Al momento il neo presidente Biden ha avuto il supporto informativo di David Cohen per due mesi, e dal 19 marzo quello di William Joseph Burns, esperienza professionale precedente, diplomatico.
In conclusione, riprendiamo ancora Piero Orteca. «Quando Trump a Doha, in Qatar, promosse i colloqui di pace che riguardavano l’Afghanistan, aveva in testa una cosa sola: la sua rielezione. Faceva campagna elettorale e prometteva agli americani di ritirarsi da quel ginepraio che era diventato un altro Vietnam, risparmiando vite e denari. Ottime intenzioni. Sennonché, dopo vent’anni di guerra, Trump aveva dimenticato di dire che, in pratica, si trattava di una ritirata che mascherava una sconfitta e serviva solo a salvare la faccia. Perché, non solo i talebani non sarebbero mai stati in grado di rispettare e far rispettare gli impegni presi, ma a complicare le cose c’erano i report sulla presunta efficienza dell’esercito governativo afghano erano talmente desolanti da far cadere le braccia».