
«Kabul chiama. Conquistati in pochi giorni nove capoluoghi. E con i mezzi sottratti all’esercito preparano la spallata. Governo senza unità né strategia. A Doha riprendono i negoziati, ma Washington non ha quasi nulla da offrire agli studenti coranici», sottolinea Giuliano Battiston. Stesso concetto ribadito ieri su remocontro da Piero Orteca. Con grossi problemi in casa americana. «Forti divergenze tra i “foreign policy makers” Usa. Dipartimento di Stato, Pentagono e Consiglio per la Sicurezza Nazionale non sono in sintonia. E la Casa Bianca, in mezzo, fa la figura del vaso di coccio tra quelli di ferro».
Nove capoluoghi in meno di una settimana. Con le conquiste ultime hanno consolidato il controllo sul nord del Paese, e isolata la città più importante, Mazar-e-Sharif. Conquistato Pul-e-Kumri, a soli 200 km da Kabul, lungo la strada che dalla capitale conduce al nord del Paese. Faizabad, a due passi dal confine con Tagikistan e Cina, è in gran parte nelle loro mani. Ad eccezione di Kunduz, tutti i centri urbani conquistati nel Nord sono di piccole dimensioni, ma hanno un’importanza strategica. «Perché posizionati nelle aree confine con l’Asia centrale, perché importanti snodi commerciali, perché ricchi di riserve minerarie o perché dall’alto valore simbolico, come Shiberghan», spiega Battiston.
Ed è nel nord che è tornato il maresciallo Abdul Rashid Dostum, preoccupato per la perdita delle «sue» province e della città di Shiberghan. Prima di partire da Kabul ha usato toni muscolari, promettendo vendetta. «I Talebani sono finiti in una trappola mortale», assicura l’ex signore della guerra e già vice-presidente della Repubblica islamica. Ma non è facile da credergli. Dostum, già generale simbolo della resistenza militare aghana ai talebani nel 2001, la cui divisa militare è finita nelle mani degli studenti coranici che continuano a postare foto svillaneggiando il maresciallo. «Un segnale anche per tutti gli altri signori della guerra che negli anni Ottanta hanno resistito all’occupazione sovietica, nei Novanta hanno alimentato la guerra civile e poi, da vecchi e duri oppositori dei Talebani, sono diventati imbolsiti uomini di potere».
«Nella loro avanzata i Talebani hanno macinato territori su territori, ma hanno anche macinato e distrutto vite umane, raccolti estivi, contribuito a sradicare donne e bambini dalle loro case, innescato un’enorme spinta migratoria». Continuano a dire ai cittadini e ai funzionari governativi di non preoccuparsi. Ma i resoconti delle loro conquiste, «sono infarciti di abusi, rappresaglie, omicidi mirati, documentati tra gli altri da Human Rights Watch e dall’Afghanistan Independent Human Rights Commission».
Bravi a conquistare i territori, non gli afghani e le afghane. La cui vita è diventata ancora più vulnerabile di prima. La linea del fronte si è spostata dentro le città. A meno che non ci sia un cessate il fuoco, ha sostenuto Deborah Lyons, rappresentante speciale dell’Onu per l’Afghanistan, il risultato sarà «una catastrofe senza precedenti nella storia»
Nei resoconti sugli ultimi successi dell’avanzata dei Talebani, continuano a ripetersi modalità sperimentate nei scorsi giorni: «Il progressivo accerchiamento dei centri urbani, le richieste d’aiuto ripetute da parte delle autorità locali per rinforzi e sostegno, la mancata riposta di Kabul. Poi, molto spesso, la resa. O il compromesso tra i soldati locali e i Talebani: via libera in cambio della resa».
A Kabul si susseguono le riunioni ai vertici. Il presidente Ashraf Ghani solo pochi giorni fa, appena prima dell’offensiva sui capoluoghi di provincia, aveva assicurato che il suo piano avrebbe dato frutti ‘entro sei mesi’. Ancora Piero Orteca che citava uno studio fatto da Rodger Baker (senior strategic analyst del think-tank Stratfor) sulla nuova trattativa Usa con i talebani a Doha. Messaggio Usa: «Arrivare al potere con la forza trasformerà quello dei Talebani in un governo pariah, senza riconoscimento internazionale». Considerazione sul campo di Battiston, «Che i Talebani tengano davvero ai soldi della comunità internazionale e al riconoscimento futuro di Washington è tutto da vedere».
I rimpatri forzati degli immigrati afghani clandestini. Rispediti all’inferno? Martedì sei Stati firmatari della lettera con cui si chiedeva alla Commissione europea di non sospendere i voli verso Kabul, segnala Carlo Lamia. Ora, con l’aggravarsi della crisi Germania e Olanda hanno scelto di fare marcia indietro ‘temporanea’, mentre Austria, Danimarca, Belgio e Grecia restano nella loro posizione decisi a non cambiare idea nonostante l’avanzata dei talebani.
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