
Dunque, i talebani avanzano a spron battuto in tutto il Paese, e vista la situazione “tattica” sul campo (quella “strategica” la Casa Bianca l’ha già affossata da un pezzo) Biden ha pensato di metterci una pezza spedendo in Qatar il suo inviato speciale, Zakmay Khalilzad. Il diplomatico, sprovvisto di bacchetta magica, dovrà convincere i talebani a fermare la loro offensiva, che li sta portando a conquistare il Paese in un paio di settimane. Noi, malignamente, la leggiamo così: “Fateci prima tornare a casa e poi pigliatevi tutto quello che volete. Almeno salveremo quel poco di faccia che ci è rimasto”. Questo dovrebbe essere in sintesi il Biden-pensiero trasmesso dal suo ambasciatore.
Basterà? Abbiamo molti dubbi, perché i talebani scoordinati quando si tratta di accordarsi, sono molto più organizzati nel momento in cui bisogna invece incalzare il nemico. Conquistate le campagne, ora rivolgono la loro attenzione ai capoluoghi di provincia. Guardano a nord e cercano di impossessarsi di valichi di confine con il Tagikistan e l’Uzbekistan. Potrebbe essere una manovra per consentire il libero transito di jihadisti e di terroristi assortiti. Ma secondo alcuni studiosi, i talebani si attrezzano per ottimizzare l’import-export di papavero da oppio e di eroina. Per questo la Russia è già in allarme e pare che abbia inviato forze speciali nelle sue ex repubbliche dell’Asia Centrale.
Tornando al background storico-politico riguardante l’Afghanistan, uno studio fatto da Rodger Baker (senior strategic analyst del think-tank Stratfor) sottolinea i due punti deboli della diplomazia che ricompaiono dopo l’annuncio della ritirata americana. Gli accordi di Doha, in Qatar, sottoscritti da Donald Trump con la frenesia di chi doveva prepararsi un “bottino” da esibire alla campagna per le Presidenziali, mostrano infatti adesso la loro fragilità. In prima battuta c’è il tasto dolente del rispetto dei diritti umani, specie per quanto riguarda le donne. E poi, problema dei problemi, emerge in tutta la sua ingombrante presenza la probabile volontà dei talebani di continuare a fare del loro Paese una piattaforma privilegiata del terrorismo internazionale.
Cioè proprio quello che Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono volevano disperatamente evitare. Insomma, quando la passata Amministrazione repubblicana, in ossequio al suo credo neoisolazionistico, ha deciso di chiudere la partita in Afghanistan, dopo quasi 7000 morti (per che cosa? Visto come sta andando a finire) e un trilione di dollari gettati al vento, ha cercato di arrampicarsi sugli specchi. Diplomaticamente parlando. Trump si è trovato un interlocutore nella sterminata galassia talebana, facendo finta di credere che potesse parlare (e impegnarsi) a nome di tutte le tribù “pashtun”.
Ma quando mai! Chi conosce quella realtà sa benissimo che ci si spara addosso, per fesserie di poco conto, anche tra una famiglia e l’altra. Figurarsi, quindi, se si poteva trovare un capo-talebano in grado di imporre la pace ai suoi connazionali. La guerra sì. Caspita. Quella i talebani ce l’hanno nel sangue ed esortarli allo scanna-scanna, in pratica, è come invitarli a fare una gita fuori porta. Arrivano con i cestini da picnic, accompagnati dal lanciarazzi e Kalashnikov.
Capito ora perché Trump ha fatto un buco nell’acqua e un altro, ancora più grosso, lo sta facendo Joe Biden?