
Tra le aziende citate in giudizio ci sono Smith & Wesson, Barrett Firearms Manufacturing, Beretta USA, Glock e Colt’s Manufacturing, cioè le principali società produttrici di armi negli Stati Uniti.
Secondo un recente rapporto del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, circa il 70 per cento delle armi in possesso dei criminali messicani è stato prodotto da società statunitensi.
La causa del governo messicano arriva dopo che per anni aveva fatto pressioni sugli Stati Uniti affinché aumentassero i controlli sulla vendita di armi nel paese e sul contrabbando di queste oltre il confine: le armi che finiscono nelle mani dei criminali messicani vengono infatti comprate da cittadini americani che non hanno precedenti penali, che quindi possono acquistarle molto facilmente, e che poi le rivendono in Messico.
Secondo il governo messicano le società di armi non avrebbero fatto nulla per scoraggiare o interrompere questa pratica illegale, e anzi l’avrebbero promossa, producendo armi appositamente pensate per il mercato messicano. Nella causa si cita il caso di una pistola prodotta da Colt, una calibro .38 con inciso il volto dell’eroe rivoluzionario messicano Emiliano Zapata e una citazione a lui attribuita:
«È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio». Questa pistola venne usata nel 2017 per uccidere la giornalista Miroslava Breach Velducea, che stava indagato sui legami tra politici e criminalità organizzata.
Nella causa il governo del Messico ha chiesto alle società un risarcimento danni totale di 10 miliardi di dollari oltre a controlli più severi sulle vendite. Secondo il governo messicano ci sono precedenti legali che fanno sperare che la causa possa andare a buon fine: di recente, per esempio, la società di armi Remington si è offerta di pagare 33 milioni di dollari (27 milioni di euro) alle famiglie delle vittime della strage del 2012 nella scuola di Sandy Hook, in Connecticut, per risolvere la causa che queste avevano intentato nei suoi confronti.
La Casa Bianca ha risposto alla causa del Messico dicendo che il presidente Joe Biden si è impegnato per cambiare le regole sulla vendita di armi negli Stati Uniti, chiedendo al Congresso di renderne più difficile l’acquisto, di reintrodurre il divieto di vendere armi d’assalto (decaduto nel 2004) e di abrogare la legge del 2005 che protegge le società di armi.
Per il governo messicano del presidente Andrés Manuel López Obrador, questo è soltanto l’ultimo tentativo di ridurre l’enorme violenza generata nel paese dal traffico della droga, che ogni anno provoca migliaia di morti. Ma le accuse del governo messicano sino state definite «infondate» dall’industria di armi statunitense, secondo cui sarebbe al contrario «il governo messicano il responsabile della sfrenata criminalità e della corruzione all’interno della propria frontiera».
«Di sicuro si tratterà di un processo lungo e complesso», avverte Claudia Fanti sul Manifesto. Tanto più che alle società produttrici di armi a cui il governo ha fatto causa – tra cui le potentissime Smith & Wesson, Barrett Firearms Manufacturing, Beretta Usa, Glock e Colt’s Manufacturing – la legge federale statunitense garantisce la più ampia immunità contro le azioni legali delle vittime della violenza armata.
«Nel remoto caso di una vittoria del governo di López Obrador, l’indennizzo potrebbe essere davvero alto: secondo le stime del ministero degli Esteri, potrebbe addirittura sfiorare il 2% del Pil messicano, dovendo tener conto dei costi economici legati alla guerra contro la criminalità organizzata e delle mancate entrate in settori come quello del turismo».