
Era stato Papa Francesco il 30 aprile, a stabilire che anche cardinali e vescovi possano essere processati dal tribunale ordinario, composto da giudici laici, con l’assenso del Papa. Prima venivano giudicati solo da una giuria composta da altri cardinali. La sintesi delle accuse da parte della sala stampa vaticana: «Le attività istruttorie, svolte anche in numerosi paesi stranieri (Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Jersey, Lussemburgo Slovenia, Svizzera), hanno consentito di portare alla luce una vasta rete di relazioni con operatori dei mercati finanziari che hanno generato consistenti perdite per le finanze vaticane, avendo attinto anche alle risorse, destinate alle opere di carità personale del Santo Padre».
«L’iniziativa giudiziaria è direttamente collegabile alle indicazioni e alle riforme di Sua Santità Papa Francesco, nell’opera di trasparenza e risanamento delle finanze vaticane».
Un’indagine che i magistrati vaticani sulla destinazione effettiva dei fondi dell’Obolo di san Pietro, che viene raccolto in tutte le chiese il 29 giugno, giorno di San Pietro e Paolo. Una somma che negli ultimi anni è costantemente diminuita fino ad arrivare a circa 45 milioni di euro. Gli uomini della finanza vaticana investono dove pensano logicamente di poter trarre maggior guadagno. I soldi, frutto di quegli investimenti speculativi, assieme a quelli dell’investimento iniziale, servono sì a opere di carità decise direttamente dal Papa. Ma soprattutto, per la maggior parte, vanno a ripianare il deficit delle finanze vaticane e a mantenere la mastodontica macchina della Chiesa universale, dagli uffici dei cardinali alle nunziature in ogni parte del mondo, fino ai vari dicasteri.
Dietro alcune operazioni di investimento la magistratura vaticana aveva iniziato a intravvedere possibi reati gravi come truffa e corruzione.
L’operazione su cui i magistrati del Vaticano hanno posto maggiore attenzione è l’investimento nel fondo Athena Capital Global Opportunities Fund del finanziere Raffaele Mincione. La società finanziaria, oltre ad acquistare l’edificio, utilizzò il denaro per operazioni ad alto rischio, tra cui tentativi di scalate a istituti bancari come la Banca Carige (La cassa di risparmio di Genova). Fu a quel punto che la Segreteria di Stato decise di uscire dall’investimento ed entrare in possesso dell’immobile. Per farlo si affidò a un altro finanziere, Gianluigi Torzi, che però con una serie di operazioni riuscì a sottrarre al Vaticano il controllo del palazzo di Sloane Avenue.
I pubblici ministeri che formulano l’accusa nel processo a Becciu e agli altri nove imputati individuano in Enrico Crasso, banchiere vaticano, e Fabrizio Tirabassi, commercialista che aveva acceso alle casse del Papa, le figure che, ottenendo provvigioni, avevano introdotto Torzi e Mincione (entrambi imputati nel processo) negli ambienti vaticani. Per restituire la piena disponibilità del palazzo al Vaticano, secondo l’accusa, Torzi volle una sorta di buonuscita di 15 milioni di euro: è accusato infatti di estorsione.
Stando alle ricostruzioni delle indagini, in tutta l’operazione di Sloane Avenue il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, sarebbe stato all’oscuro: mentre secondo i pubblici ministeri era ben informato Becciu.
Maria Antonietta Calabrò dal Vaticano sull’HuffPost. «9.17 nell’Aula nuova del Tribunale vaticano il cardinale Angelo Becciu, arriva silenzioso e si siede all’ultimo “banco” insieme ai suoi avvocato. È sereno, ma evidentemente provato da quanto è successo quasi un anno fa a settembre dell’anno scorso, quando il Papa gli ha tolto i diritti connessi alla porpora cardinalizia, primo tra tutti quello di entrare in Conclave».
Alla fine, Becciu dichiara ai giornalisti che è presente in Aula in quanto “obbediente al Papa che mi ha rinviato a giudizio”. Oltre alla sua certezza di veder riconosciuta la sua innocenza. «Ma al tempo steso annuncia querela contro i suoi due grandi accusatori: il suo ex braccio destro, il monsignore Alberto Perlasca, per decenni a capo della sezione amministrativa della segreteria di Stato (di cui Becciu era il numero due) e Francesca Immacolata Chaouqui, “la papessa” che è stata condannata alla fine del processo Vatileaks2 per la rivelazione di segreti d’ufficio, quando venne arrestata».
Forse anche un spiegazione governativa italiana su una presenza spionistica in Vaticano, se ufficiale o meno, potrebbe essere opportuna.
§§§