Usa, ritirata anche dall’Iraq. Dopo 18 anni fine alla ‘missione di combattimento’. Italiani Nato restano
Usa, ritirata anche dall’Iraq. Dopo 18 anni fine Missione di combattimento – Italiani e Nato restano

Diciotto anni dopo l’arrivo a Bagdad, gli Stati Uniti diminuiscono la loro presenza. Sono pronti a ritirare gradualmente, entro fine anno, una parte consistente dei 2.500 uomini ancora sul posto. Molti soldati americani rimarranno con il compito di addestratori militari, ma l’America perde disponibilità piena di basi aeree e installazioni logistiche che sono state importanti non solo per la guerra all’Isis, ma anche per contrastare le azioni dell’Iran e delle milizie irachene filoiraniane.

Al Kadhimi alla Casa Bianca per l’annuncio del ritiro Usa

Kadhimi è a Washington per incontrare Biden, una visita preparata da tempo e anticipata la settimana scorsa dalla visita del ministro degli Esteri iracheno che ha incontrato il segretario di Stato Antony Blinken.
Gli Usa diminuiranno i loro soldati nel Paese a fine anno. Intanto dal 2019, quando migliaia di giovani iracheni sono scesi in piazza per chiedere riforme interne, una lunga campagna di omicidi mirati ha falcidiato intellettuali, ricercatori e giornalisti. Due giorni fa l’ultimo omicidio a Bassora, sui confini iraniani, una delle città irachene più ricche di risorse e più povere di mezzi.

Stop alla guerra in Iraq? Cosa succede alla Casa Bianca

«Molti soldati americani rimarranno con il compito di addestratori militari -scrive Vincenzo Nigro su Repubblica-, ma l’America perde disponibilità piena di basi aeree e installazioni logistiche che sono state importanti non solo per la guerra all’Isis, ma anche per contrastare le azioni dell’Iran e delle milizie irachene filoiraniane»
Nell’accordo si sottolinea come l’Iraq ha ancora bisogno di assistenza da parte Usa sul fonte della consulenza militare, dell’addestramento, del supporto logistico, dell’intelligence, segnala invece Rai News.

La presenza italiana e Nato invece ad aumentare

L’Italia addirittura guiderà la rinnovata missione dell’Alleanza in Iraq. Così è stato deciso durante l’ultima riunione ministeriale Nato lo scorso febbraio. La Nato Mission Iraq passa pertanto da 400 a ben 5mila unità, per la maggior parte europee e canadesi e, tra queste, le truppe italiane sarebbero le più numerose.
Mantenendo al tempo stesso la guida della missione Onu in Libano (Unifil), di quella Nato in Kosovo (Kfor) e di Eunavformed Irini, Roma prende ora le redini della quarta grande missione multilaterale nell’area del ‘Mediterraneo allargato’.

Un impegno di lunga data

L’Italia è presente sul territorio iracheno da quasi vent’anni sulla scia americana e ad operatività alterne e spesso molto discusse. Tra il 2003 e il 2006, le truppe italiane furono drammaticamente impegnate nella missione Antica Babilonia, di supporto agli Stati Uniti dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, e segnata dalla strage di Nassiriya. Utile ricordare che Desert Storm è stato il nostro primo evento bellico dal 1945. L’Italia fu poi parte della prima ‘Training Mission Iraq’ Nato, tra il 2004 e il 2011 – sebbene la formazione degli ufficiali iracheni avvenisse principalmente fuori dal Paese – ed entrò nuovamente in forze in Iraq nel 2014 con l’operazione ‘Prima Parthica’, missione internazionale Inherent Resolve, contro il sedicente Stato islamico (l’ex Isis).

Disponibilità interessata

Non solo missioni militari. A questi interventi, nel calcolo del ‘dare-avere’, per i sostenitori di questi impegni militari, andrebbe aggiunta una lunga serie di attività economiche e industriali, «susseguitesi negli anni con alterna fortuna». Tra queste vengono ricordate l’affidamento a ditte italiane della progettazione di nuovi impianti di raffinazione e l’aggiornamento di quelli esistenti, la progettazione e costruzione di nuovi oleodotti e anche di una decina di centrali elettriche a combustione”. Più recente e nota la manutenzione (e la protezione militare) della diga di Mosul.

Barili di petrolio

Secondo i dati dell’Unione petrolifera italiana, nel 2020 l’Iraq è stato il secondo fornitore di greggio al nostro Paese (preceduto solo dall’Azerbaijan), coprendo oltre il 17% della domanda nazionale. Nel 2019 era al primo posto, con una quota del 20%, mentre nei primi quattro mesi del 2021 scende al quarto posto, dopo Azerbaijan, Libia e Arabia Saudita, il dettaglio da Le Formiche.

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