
Nonostante Breivik non facesse mistero delle sue opinioni e della sua idea di cambiare il mondo con la violenza, non era mai stato segnalato alle autorità norvegesi come un estremista.
Breivik, negli anni precedenti alla strage riuscì ad accumulare una grande quantità di armi e a pianificare l’attacco indisturbato. Prima l’autobomba nel centro di Oslo, fatta esplodere davanti all’ufficio del primo ministro norvegese: otto i morti. Poi la carneficina dell’isola di Utøya, dove era in corso un campo estivo dei giovani socialisti. Qui i morti furono 69, per lo più ragazze e ragazzi tra i 16 e i 17 anni. Le nuove leve di quella sinistra multiculturalista che Breivik aveva scelto come bersaglio per sfogare un odio antico, radicato nelle pieghe di una storia che continua a interrogarci ancora oggi. Trucidati con un fucile a pompa, una mitragliatrice e una pistola automatica.
Breivik sbarcò a Utøya alle 17, dove i ragazzi si erano radunati alla mensa del campo per sentire della tragedia di Oslo. Monica Bsei chiamata “mamma Utøya”, assicurò si trovavano «nel posto più sicuro in assoluto». Bsei fu la prima ad essere uccisa da Breivik, che arrivò sull’isola spacciandosi per un poliziotto. Poi dedicò l’ora successiva a uccidere decine di ragazzi con le tre armi da fuoco che si era portato dietro.
Fra le 17.15 e le 18.25 Breivik uccise 69 persone. La più giovane aveva 14 anni, la più anziana 51.
Più di 500 ragazze e ragazzi riuscirono a salvarsi gettandosi nelle acque gelide del lago Tyrifjorden.
Dieci anni dopo la società norvegese ancora discute e litiga sul significato di quegli attacchi, spiega Aage Borchgrevink, giornalista, scrittore e autore di «A Norwegian Tragedy: Anders Behring Breivik and the Massacre at Utøya». Tre principali modi di leggere gli attacchi: 1) come un attentato alla democrazia norvegese in quanto tale; 2) come attacco alla sinistra politica, con relative critiche alla Norvegia per non essere riuscita a contrastare l’estremismo di destra pur di mantenere la pace politica; 3) come un atto per niente politico, ma il gesto di un pazzo spinto all’estremo da politiche di immigrazione lassiste.
«La testimonianza di un persistere di idee xenofobe che hanno ispirato Breivik, mentre una generazione più giovane di progressisti vuole un approccio più duro all’estremismo».
Il 24 agosto 2012 Anders Breivik è stato condannato a ventuno anni di carcere, pena massima prevista dalla legge norvegese. Secondo la stampa locale, ha intenzione di chiedere la libertà condizionata allo scoccare del periodo minimo di detenzione, che nel suo caso è di dieci anni. La pena a 21 anni è prorogabile, nel caso in cui sarà ritenuto ancora pericoloso. Lui non si è mai pentito per la strage.
Nel 2012, al termine della lettura delle motivazioni del verdetto, mostrò alla Corte il saluto nazista chiedendo “perdono ai militanti nazionalisti per non aver ucciso più persone”
Breivik è diventato una figura di ispirazione per i suprematisti bianchi di tutto il mondo. «Tre settimane fa a Milano è stata smantellata un’organizzazione neofascista di ventenni, il cui nome in codice era Breivik». In Nuova Zelanda nel 2019 Brenton Tarrant ha fatto riferimento a Breivik e ha usato lo stesso schema per commettere omicidi di massa: «manifesto xenofobo di destra in cui descrive il ‘momento della pillola rossa’, quando avviene la trasformazione da turista consumatore a soldato per la razza bianca».
«Le reti digitali dell’estremismo di destra rappresentano una minaccia alla sicurezza per il futuro», afferma il Servizio di sicurezza della polizia della Norvegia. L’estremismo è diventato sempre più un fenomeno transnazionale che trae ispirazione oltre i confini del Paese, legandosi a una “identità occidentale”. Messaggi finale di una memoria celebrativa non condìvisa: «La Norvegia e il governo conservatore degli ultimi otto anni non sono riusciti ad affrontare la minaccia dell’ideologia di estrema destra e a tenere conto del dolore di chi è stato direttamente colpito da quella tragedia».
A settembre si svolgeranno le elezioni parlamentari e ci si aspetta un cambio di governo che riporti al potere il partito socialdemocratico.
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