
1 «Abbiamo in pugno l’85% del territorio» ha detto da Doha in Qatar Shahabuddin Delawar, funzionario dell’ufficio politico dei taleban. E stanno mettendo sotto assedio le ultime capitali provinciali che mancano all’appello. Una sola battuta d’arresto nel capoluogo di Badghis, a Qala-i-Naw, nel nord. Altrove, stanno dilagando, sottolinea Francesco Palmas. «Hanno in mano 26 dei 28 distretti del Badakhstan, amministrano due terzi di Takhar e a Kunduz il fronte cambia di ora in ora. Russia, Iran e Turchia sono corse ai ripari. Hanno chiuso i consolati nel nord e trasferito i diplomatici a Kabul. La situazione volge al peggio».
2 Dalla Cina arrivano commenti durissimi sul ritiro Usa, tacciato di «voltafaccia che tradiscono un Paese nel caos». E ormai Biden, anche a parole, manifesta imbarazzo. I governativi non controllano più le frontiere. Da ieri i taleban, hanno in mano i due terzi del confine con il Tagikistan, dove hanno base 7mila militari russi. Dushanbe ha già chiesto l’assistenza dell’Armata rossa.
3 I taleban hanno conquistato anche due transiti doganali cruciali a nord-ovest di Herat, una provincia un tempo presidiata dall’Italia. Dall’altra parte del confine, l’Iran sta puntellando le difese. Ed è caduto anche un valico con il Turkmenistan. A tutti i confinanti, i taleban mandano messaggi concilianti. Si stanno concentrando sulla battaglia in corso. Pur disponibili ad un cessate il fuoco, isolano le città principali. Ne conquistano gli assi di comunicazione, così da evitare afflussi di rinforzi governativi.
4La battaglia delle città provinciali deciderà il futuro. Se queste cadranno, come sta piano piano avvenendo, il governo Ghani potrebbe implodere. I taleban potrebbero allora aprire a un vero negoziato e a una transizione pacifica. Metterebbero le mani su Kabul senza spargimenti di sangue. Ovvio, detterebbero le loro condizioni, nonostante tutti si sforzino di ripetere che gli accordi di Doha sono «intangibili». Chi ha oggi il potere di fermarli?
C’era da aspettarselo: la politica estera e le conseguenti strategie di sicurezza funzionano né più né meno come il principio dei vasi comunicanti. Nel senso, che ogni vuoto creatosi nello scacchiere viene immediatamente riempito da qualche “attore” finora messo ai margini. E’ quanto sta succedendo in Afghanistan, dove dopo la precipitosa e improvvisa ritirata delle forze americane dalla super base aerea di Bagram, in ossequio agli impegni presi nel corso dei negoziati di Doha, la galassia dei movimenti talebani si è messa in movimento. Anzi, è partita alla carica.
Una vera e propria offensiva studiata a tavolino per occupare nel più breve tempo possibile i territori lasciati liberi dai soldati americani e da quelli della coalizione. La ritirata programmata dal Pentagono prevedeva, infatti, un immediato cambio della guardia con l’inserimento di unità dell’esercito governativo afghano, pronte a sostituire gli Alleati. Ma i talebani hanno bruciato tutti sul tempo e sono partiti all’attacco prima che il turn over fosse addirittura cominciato. Le milizie pashtun hanno sfruttato questa finestra temporale e la lentezza “burocratica” del governo di Kabul per impadronirsi di almeno 170 distretti su 400.
Intanto, sebbene la situazione nelle grandi città sia ancora stranamente tranquilla, Russia e Turchia hanno chiuso i consolati a Mazar- e-Sharif. Mentre a Kabul, nel quartiere delle ambasciate, la tensione si taglia col coltello. Nel frattempo, tanto per far capire il clima che si è creato negli Stati limitrofi, in Pakistan si festeggia. A Peshawar la gente è scesa per le strade al grido di “Allah-u-akbar”, “Dio è grande”, tributando un fragoroso benvenuto al ritorno in massa e in pompa magna dei talebani. Dal punto di vista internazionale, l’evoluzione della crisi afghana ha fatto aprire un dibattito serrato tra politici, commentatori e analisti sull’utilità complessiva del gigantesco sforzo bellico e sulle effettiva repressione dell’integralismo terrorista.
Quasi nessuno è venuto con amore per questo strano popolo, così guerriero e ospitale, testardo e nobile, spietato verso il suo stesso destino. Si è piuttosto portato denaro che ha generato corruzione, molte armi, confusi interessi geostrategici. Col risultato che tutti sono venuti a recitare le parole di Beckett: “Sempre tentato. Sempre fallito. Non importa. Tentare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio”.