
Dall’Afghanistan scappano tutti gli improbabili “conquistatori”: lo hanno fatto gli Inglesi un paio di secoli fa, la stessa cosa è capitata ai Sovietici dopo l’invasione degli anni Ottanta del secolo scorso e, in cauda venenum, adesso tocca agli Americani. E a tutta la compagnia di processione che si sono trascinati appresso dopo l’11 Settembre del 2001. Ergo, la notizia arrivata un paio di giorni fa con grande spolvero di comunicati, per la verità, era abbastanza scontata. A Bagram, la grande base aerea situata 60 km a nord di Kabul, ora nelle mano dei governativi afghani e forse, presto, di un contingente turco un po’ NATO e un po’ islamico, sperando con questo di tenere lontani i talebani che già ronzano attorno a Kabul e alla fortezza occidentale accanto.
John Raine, Senior Adviser del governo britannico, la vede male, perché pensa che i talebani andranno all’attacco e non onoreranno il patto firmato in Qatar che li obbligava a sbarrare le porte ad Al-Qaeda e all’Isis. Per dirla tutta, manco Joe Biden, in fondo in fondo, appare molto ottimista, se è vero che alla conferenza stampa di venerdì scorso alla Casa Bianca ha scansato tutte le domande sull’ Afghanistan, ritenendolo un argomento che porta “infelicità”. E che probabilmente si trascina dietro anche un sacco di rogne, se è vero che pur volendo rispettare la data dell’11 settembre per il ritiro generale, in Afghanistan rimarranno sempre tra 700 e 1000 soldati Usa. Destinati a mettere una pezza, per quello che sarà possibile, alle voragini che si apriranno.
Sì, perché il presidente americano ha deciso di tagliare il nastro del ritiro dando un colpo secco di forbici, proprio mentre i talebani sono partiti in tromba all’attacco in tutte le province. Ma la verità è che quasi 6500 morti a stelle e strisce bastano e avanzano per giustificare la fuga in massa dell’esercito Usa dal teatro di guerra più lungo della loro storia. Una specie di Vietnam scombiccherato e senza molto senso, dove alla fine chi viene dato per perdente in un arco di quattro lustri vince la guerra perdendo tutte le battaglie. Ma se una volta era folle (fino a un certo punto) morire per Sarajevo o per Danzica, oggi evidentemente è ancora più folle morire per Kabul. Così l’abbandono di Bagram diventa il biglietto da visita di una strategia in cui dei perdenti di successo come gli americani, cercano di salvare le terga dopo aver perso la faccia.
Il paradosso di tutta la vicenda è che l’aeroporto di Bagram (con due enormi piste d’atterraggio) l’hanno costruito i sovietici, l’hanno rimodernato gli Usa dotandolo di tutti i comfort come uno scalo a cinque stelle, e adesso se lo ritrova nelle mani il corrotto governo afghano che, molto presto, lo svenderà mattonella per mattonella ai tagliagole pashtun talebani. Che magari lo sfrutteranno per esportare la loro principale risorsa, che non è la mistica coranica ma la misticanza da oppio: cioè l’eroina. Naturalmente, tutte queste maldicenze fanno parte della cosiddetta democrazia “asimmetrica”. Ufficialmente, il chiacchierificio occidentale si è messo in moto per dimostrare che la presenza della coalizione in quelle lontane contrade è ormai stato raggiunto (per i talebani, si intende).
Ovviamente, le cose stanno in modo un tantino diverso. Biden sa benissimo che dopo la ritirata americana, l’Afghanistan diventerà un caso-scuola di come si alimenta una guerra civile senza quartiere. Al Dipartimento di Stato, al Pentagono e alla Cia sanno benissimo che ci sarà bisogno di continuare l’attività antiterrorismo che fino ad ora ha consentito di arginare l’offensiva della guerriglia jihadista. Perdendo Bagram e il resto delle basi che progressivamente e selettivamente saranno assaltate dai talebani, gli Americani devono identificare delle teste di ponte da utilizzare come basi per lanciare eventuali operazioni di “commando”. E qui casca l’asino, perché a Washington non si fidano dell’alleato più vicino, che sarebbe il Pakistan.
Il controspionaggio Usa è convinto che i servizi di intelligence di Islamabad giochino con due mazzi di carte e che qualcuno faccia l’occhiolino ai fondamentalisti afghani. Vero è che quando hanno scoperto dove si era nascosto Bin Laben, non ne hanno chiesto la cattura al governo pachistano, ma hanno mandato i loro Navy Seal a farlo fuori. Al Pentagono avrebbero identificato le basi esistenti in Oman e in Bahrein come quelle più adatte per lanciare e sostenere eventuali attacchi verso Kabul. Scartata, invece, l’ipotesi di appoggiarsi alla vecchia base di Karshi-Khanabad in Uzbekistan, visti i rapporti non più buoni con quel paese. Per molti analisti militari, abbandonare Bagram più che una sconfitta è stato un errore. Sperando che la Turchia dell’islamico Erdogan possa limitarlo.
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