Raid Usa e russi tra Iraq e Siria dove l’Islamic State non è mai morto

Raid aerei Usa nell’area di confine fra Iraq e Siria contro gruppi di milizie filoiraniane. Lo afferma il Pentagono secondo cui, «si è trattato di azioni difensive di precisione». Secondo altre fonti, sei miliziani iracheni e un bambino sarebbero stati uccisi negli attacchi.
«L’islamic State è tornato per imporre la sua legge», denuncia il comando russo in Siria. Che con i suoi cacciabombardieri ha ripetutamente colpito le ultime sei enclavi in mano ai terroristi dove, provincia di Deir ez-Zor, agenti della «polizia religiosa» impongono controlli e regole.
Nell’est della Siria quindi riaffiora il Daesh, o quanto rimale dell’organizzazione politico militare che creò il Califfato. Da’ish ex Isis, divenuto ‘IS-Dawla Islamiyya’, il 29 giugno 2014, con contestuale proclamazione del Califfato.
A Roma la Coalizione anti Daesh-ex Isis con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken. Oltre 40 ministri dei Paesi della Coalizione, il segretario generale della NATO Stoltenberg, il responsabile esteri UE Borrell, oltre ad alcuni Paesi africani invitati come osservatori.
E un incontro in ‘formato ristretto’ sulla Siria presieduto dal segretario di Stato Blinken

Un pezzo di Siria con le indicazioni stradale dell’IS

L’Islamic State dato per morto, è vivo e pericoloso

Quello che fu il Daesh in Siria è stato ufficialmente dichiarato sconfitto dalla Coalizione internazionale a guida Usa nella primavera del 2019, ma era stata una vanteria bugiarda. Proprio due giorni fa, il Dipartimento di Stato americano ha ribadito che intende mantenere una presenza militare nel Nord-Est siriano per lottare contro l’organizzazione terroristica. Interessi di presenza armata Usa o preoccupante verità? Risulta da più fonti tra loro contrapposte che l’IS, ora trasformato nel nome ma non nella sostanza, controlla ancora cinque o sei ‘enclave’ disseminate nel deserto siriano (tra Sukhna, Rusafa e Jabal al-Bishri), che i caccia russi hanno bombardato negli ultimi giorni.

«Anche perché l’IS è tornato a dettare legge nella provincia orientale di Deir ez-Zor, contesa da due anni tra le forze curde sostenute dagli Stati Uniti e le forze governative appoggiate da militari russi e miliziani iraniani», denuncia Avvenire.

Torna l’Hisba, la polizia religiosa

«Daesh ripristina la hisba», cioè la polizia religiosa, titolava pochi giorni fa al-Monitor, un sito di approfondimento che dedica alla Siria ampio spazio. «Hisba» è l’appellativo comune dell’«Ente per la promozione del bene e la proibizione del male», che in alcuni Paesi islamici è incaricato di vegliare al rigoroso rispetto dei dettami della sharia. In particolare i media locali riferiscono di un’intensa presenza di agenti della hisba, la polizia del gruppo che era già stata operativa dal 2014. Alcune settimane fa, uomini della hisba nella campagna a Est di Deir ez-Zor hanno avvicinato leader tribali della provincia intimando loro di dimettersi dai consigli provinciali, dalle amministrazioni locali di fatto controllate dalle forze curde, pena la morte.

«Agli stessi leader tribali è stato imposto di non avere rapporti con gli emissari curdi né tanto meno con i rappresentanti delle forze statunitensi presenti nella ricca regione petrolifera al confine con l’Iraq».

Posti di blocco e controlli di obbedienza islamica

Altre fonti riferiscono di posti di blocco di agenti della hisba a Est del capoluogo: «fermano le auto e controllando che le donne a bordo dei veicoli rispettino i dettami della legge islamica. Coperte in volto, senza trucco, e lontane dai sedili occupati da uomini che non sono loro diretti parenti». Nella stessa zona, la ‘polizia’ del Daesh ha dato fuoco a negozi che vendevano alcol e sequestrato carichi di tabacco. In altri casi, gli uomini della hisba sono riusciti indisturbati a raccogliere la zakat, ossia l’elemosina tradizionale islamica. Secondo un esperto di gruppi radicali interpellato da al-Monitor, Daesh «cerca in questo modo di ripristinare una legittimità sul territorio e di raccogliere fondi come forma di autofinanziamento per compensare in minima parte gli ingenti introiti di cui disponeva una volta grazie alla tassazione diretta, oppure alla vendita del petrolio greggio e la gestione del lucroso traffico di droga e di reperti archeologici».

Poi i contrasti arabo-curdi

«Settori della popolazione locale araba, organizzata in clan tribali spesso rivali tra loro, affermano di essere da anni vessati e discriminati dalle autorità curde e sarebbero frequenti gli episodi di tensione tra le due comunità, sullo sfondo dei rastrellamenti alla ricerca di presunti terroristi e di uomini che si rifiutano di essere arruolati nelle milizie curde». In questo clima di ostilità, l’IS si ripropone come l’unica alternativa ideologica in territori dove il tasso di povertà rimane molto alto e dove da decenni c’è una cronica mancanza di servizi di base. La pseudo-entità amministrativa del fu Daesh fa valere anche i suoi ultimi successi militari, con numeri incontrollabili e per quanto probabilmente montati, indicativi di una presenza nota e preoccupante.

Il Daesh dato per morto uccide ancora

Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani, fonte spesso discussa ma di eventuale faziosità filo occidentale, nel 2020 il nuovo Daesh, l’IS, ha ucciso 819 militari siriani e miliziani filo-governativi, contro almeno 507 jihadisti persi dall’organizzazione terroristica, che sono comunque riusciti a espandere il loro controllo di fatto su un territorio desertico e stepposo esteso per oltre 4mila chilometri quadrati. Un bel pezzo di Siria, anche se non si tratta di un controllo territoriale diretto, come era accaduto fino alla primavera del 2019,

ma comunque di una presenza costante, radicata nelle zone periferiche lasciate da decenni ai margini dello sviluppo sociale ed economico.

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