
Secondo l’Afghanistan Migrants Advice and Support Organization, un’associazione che fornisce informazioni e sostegno a migranti e rimpatriati, «Tutti cercano un modo per andarsene. Spiace dirlo, ma è un fallimento per la Nato, per il governo afghano. Avevano promesso sicurezza e stabilità, non c’è nessuna delle due».
«L’incertezza sul futuro, la sicurezza che peggiora di giorno in giorno, l’uccisione di civili ovunque, nelle scuole, sui bus pubblici, nelle case. Non c’è luogo in cui ci si senta al sicuro».
La pandemia ha a lungo diminuito le partenze, anche a causa delle restrizioni dei Paesi confinanti, ma si è tornati a emigrare. Si continuerà a farlo. Più di prima.
I diplomatici europei a Kabu, segnala il Manifesto, non nascondono la preoccupazione ed elencano «l’ondata migratoria» tra i rischi della fase post-ritiro. Temono che gli afghani, senza sicurezza, arrivino a cercarla in Europa. Rappresentane civili e militari occidentali in Afghanistan disposte a concedere asilo solo a interpreti e collaboratori delle forze di sicurezza. E in maniera molto restrittiva.
Nell’ottobre 2016 a Bruxelles è stato firmato il Joint-Way Forward, un accordo tra l’Unione europea e il governo di Kabul. Prevedeva il rimpatrio – anche forzato – di tutti gli afghani la cui richiesta di asilo fosse stata rigettata dai Paesi membri, in cambio di aiuti economici. Scaduto quell’accordo, il 26 aprile 2021 è stato sostituito dal Joint Declaration on Migration Cooperation. «È un accordo perfino peggiore del precedente. Quello escludeva dal rimpatrio alcune categorie di persone vulnerabili, il nuovo non le tutela più».
«Smettetela di deportare gli afghani, di sbatterli in una situazione di guerra. Continuano a farlo Germania, Svezia, in parte Austria, Danimarca, Ungheria. Non l’Italia (almeno per ora)»,. «Per persone che hanno passato anche 5/6 anni in un Paese europeo, reintegrarsi è difficile. C’è la violenza del conflitto, le esplosioni, la criminalità, e c’è la violenza di chi li vede ormai come estranei, come occidentalizzati».
Anche per questo, la percentuale di chi riparte è molto alta. «La prima cosa che fanno, una volta rimpatriati, è trovare nuovi documenti. Per ripartire di nuovo».
Nelle ambasciate si stilano piani di evacuazione, segnala ancora Boccitto. «Se la situazione dovesse mettersi male, se i Talebani dovessero avvicinarsi troppo a Kabul, bisogna essere pronti a lasciare il Paese. Per questo è così importante garantire la sicurezza dell’aeroporto della capitale. Da una parte chi si prepara a evacuare, dall’altra chi viene rimpatriato». Con modi diplomatici, denuncia la contraddizione anche il ministro Akhlaqi.
Fuga e ritorni. «Nel corso di quest’anno, finora 24 persone sono ritornate volontariamente dall’Europa, mentre i rimpatriati sono 272. Impossibile prevedere quanti lasceranno il Paese. Ma saranno tanti».

La Turchia, ultimo avamposto Nato a difesa dell’aeroporto di Bagram, alle porte di Kabul cerca di rimanere nel nome della comune fede islamica e del passato imperiale ottomano. I talebani non dicono di si ma neppure di no. Il portavoce telebano: «La Turchia è un grande Paese islamico. L’Afghanistan ha avuto relazioni storiche con esso. Speriamo di avere stretti e buoni rapporti con loro quando in futuro verrà stabilito un nuovo governo islamico afghano». Da Ankara: «Abbiamo intenzione di rimanere in Afghanistan, ma ad alcune condizioni. Quali sono le nostre condizioni? Supporto politico, finanziario e logistico».