
«A gennaio del 2020, una fregata della Marina militare di Ankara, la Gaziantep, intercettò uno dei tanti barconi che tentavano di raggiungere l’Italia. I militari recuperarono i naufraghi e prestarono loro i primi soccorsi. Infine li ricondussero indietro, a Tripoli. Fu lo stesso ministero della Difesa di Ankara a dare risalto mediatico al salvataggio, pubblicando sul suo sito le foto e i video dell’operazione».
«Il respingimento illegale – per l’Onu la Libia è un luogo non sicuro – era aggravato dal fatto che a compierlo era stata una nave militare di un paese della Nato. Ma non si trattò dell’unica violazione da parte dei turchi».
La fregata turca sì trovava così vicina a Tripoli perché scortava un cargo della Turchia, carico di armi dirette al governo allora di Al Seraj a Tripoli. Anche lo scorso 2 maggio, la Gaziantep ha assistito la Guardia costiera libica salvando altri 123 migranti, 80 miglia al largo di Tripoli.
Con il passare dei mesi, i turchi hanno ormai messo l’occidente davanti a un fatto compiuto: la presenza quasi in pianta stabile delle loro fregate nel porto di Misurata, annota Gambardella. «Per Erdogan, la città stato della Libia occidentale è la porta d’accesso verso l’Africa», spiega al Foglio l’analista Mohamed Eljarh, cofondatore del ‘Libya Outlook for Research and Consulting’ con sede a Tobruk. La scorsa estate era stata rilanciata la notizia di un accordo raggiunto con l’allora governo di Tripoli per dare in concessione ai turchi il porto di Misurata per i prossimi 99 anni.
La scorsa estate la notizia di un accordo con l’allora governo di Tripoli per dare in concessione ai turchi il porto di Misurata per i prossimi 99 anni. Contratto non ancora ufficializzato. «E’ un fatto però che ci siano piani e negoziati in corso per fare della città un hub logistico della Turchia», sostiene ancora Eljarh. Da qualche mese il Gruppo Albayrak, una grande società turca, ha già concluso accordi simili in Somalia e in Guinea, e ora cerca un’intesa con le autorità di Misurata per la concessione del porto, ma anche per il potenziamento dell’aeroporto internazionale della città.
«L’obiettivo di Erdogan non si ferma alla Libia – verso la quale l’export turco è già cresciuto di oltre il 220 per cento solo negli ultimi due mesi – ma si spinge alle vie commerciali del Sahel e dell’Africa subsahariana».
Per realizzare i suoi progetti strategici, al presidente turco serve però un’intesa con l’Europa. Ed ecco la carta immigrazione. Da circa un anno, Ankara è di fatto subentrata all’Italia nell’addestramento della sospettabilissima Guardia costiera libica, mostrandosi interessata al controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale.
«Sembra quasi che i turchi vogliano controllare i rubinetti dei migranti su un doppio fronte», ipotizza sul Foglio un diplomatico a Tripoli. «Come hanno fatto lungo la rotta balcanica, stanno provando a fare lo stesso anche in Libia».
Martedì scorso, Mesut Hakki Casin, un consigliere per la Politica estera e la sicurezza di Erdogan, in una intervista a Radio France Internationale ha detto che «in cambio del suo aiuto nella lotta ai trafficanti di esseri umani, l’Europa potrebbe riconoscere, in via ufficiale o meno, la presenza militare turca in Libia».
«”Se la Turchia non avesse inviato i militari avremmo assistito a un conflitto enorme. Come potremmo ritirarci oggi? Sarebbe possibile solo se lo facessero anche gli altri”, ha dichiarato Casin, che scommette evidentemente su un punto: i rivali russi non ritireranno mai i loro mercenari dalla Libia e di conseguenza non saranno di certo i turchi a fare il primo passo».
Una simile ipotesi –conclude Mesut Hakki Casin- troverebbe il sostegno anche di alcuni paesi europei. Non solo noi turchi, ma anche Italia e Malta sarebbero favorevoli»