
I ministri delle Finanze del G7 a Londra, hanno raggiunto un accordo su un’aliquota globale minima del 15% per la tassazione delle grandi imprese, applicata Paese per Paese. Lo stupore, per noi non addetti ai lavori, è che non accadesse da sempre, regola base di qualsiasi rapporto commerciale equo, persino democratico e onesto verrebbe da aggiungere.
Aliquota minima di ‘almeno il 15’ per tutte le multinazionali e tassare il 20% della quota sopra il 10% dei profitti nei Paesi in cui vengono realizzati. Insomma, se tu multinazionale che sino a ieri ti portavi a casa i guadagni realizzati nel mio Paese e solo lì ci pagavi le tasse sopra (se e come le pagavi), ora sul guadagno che realizzi a casa mia, un po’ di tasse le paghi qui.
Ma a spegnere gli eccessivi entusiasmi, l’immediata precisazione tecnica che occorreranno alcuni anni per la sua ‘attuazione tecnica’, il tempo utile alle Big Tech per cercare altre comode scorciatoie.
Le grandi multinazionali del digitale, Amazon, Google, Facebook, pagheranno le tasse? E’ la sintesi di hanno promesso ieri i ministri della Finanze del G7, salvo aggiungere che lo stesso G7 non ha però poteri di imporre decisioni agli Stati, e quindi ora rimbalzo al G20 di Venezia, il 9 e 10 luglio, con gli Stati che detengono l’80% del pil mondiale, ma anche lì, chi decide e chi impone? Obiettivo semplice: mettere fine allo scandalo che permette a società multinazionali di fare milioni di utili e di non pagare quasi nulla di tasse.
«La chiave della svolta sta negli Usa e nella presidenza Biden», scrivono gli analisti. Non svolta per nobili sentimenti ma materialissimi conti in tasca, «dal momento che il principale beneficiario della tassazione delle multinazionali statunitensi sarà Washington». E un minimo di interesse collettivo anche negli Usa, rispetto alla tasche private dei multimiliardari, quindi dello stesso ex presidente Trump.
Finora, le discussioni su una tassa mondiale sulle società erano state bloccate da Trump contro le richieste dei grandi paesi europei, anche se il vecchio continente, Unione europea e dintorni, ospita vari paradisi fiscali sul suo territorio.
Verrebbe da chiedere agli stessi ministri, dove vivevano sino a ieri e come accudissero al loro importante ministero e agli obblighi verso i cittadini.
L’accordo raggiunto a Londra subito contestato a Dublino, e non è contenzioso politico storico, ma questione di tasca. «Da decenni, infatti, il modello di crescita irlandese si basa sull’attrazione di investimenti diretti esteri, soprattutto grazie alla tassazione favorevole sui profitti delle corporation», infroma Vincenzo Maccarrone sul Manifesto.
Questo ha portato molte multinazionali americane a stabilire la propria sede europea in Irlanda, comprese le principali aziende dell’economia digitale: Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft. Fissata al 12,5 per cento, la tassazione per le imprese in Irlanda può essere ridotta ulteriormente tramite un complicato sistema di esenzioni.
«L’ultimo caso eclatante ha coinvolto una sussidiaria irlandese di Microsoft, che – secondo quanto riportato dal Guardian – non avrebbe pagato alcuna tassa sugli oltre 300 miliardi di dollari di profitti registrati nel 2020, tramite una triangolazione con lo stato del Bermuda».
Poco nobili pratiche e furbeschi comportamenti per la verde ma spregiudicata Irlanda che ora rischia di finire al verde di soldi. La pur risibile aliquota minima globale del 15 per cento sui profitti delle imprese ridurrebbe l’incentivo delle multinazionali a spostare la propria sede nel suolo irlandese, e peggio, la seconda misura proposta, di un riutilizzo di una parte dei profitti nei paesi dove effettuano vendite, rispetto a quelli dove hanno sede fiscale.
Le stime del ministero delle finanze parlano di una perdita potenziale di circa un quinto dei proventi della loro attuale tassazione sulle imprese.