
La Germania aveva già riconosciuto il genocidio degli Herero in Namibia, nel centesimo anniversario. La Francia sul Ruanda invece ancora si nascondeva, ma ora le dichiarazioni di Macron a Kigali, qualcosa ammettono: “Noi oggi riconosciamo un genocidio che i francesi finora non avevano mai riconosciuto”. Ma lo storico spiega la parte nascosta: «Parigi dava le armi al governo dell’Hutu Power; addirittura il figlio di Mitterrand era coinvolto nel traffico di armi a favore degli Hutu». Più difficile parlare di fatti e personaggio coinvolti che fanno parte della storia moderna e quasi attuale del tuo Paese.
Travaglio politico simile per l’Italia, anche se meno giustificato. Secondo alcuni studiosi, le violenze del fascismo in Libia all’inizio degli anni ’30 possono essere qualificate come genocidio. Sull’Uso della parola genocidio si può discutere, ma resta un fatto: «L’Italia, come governo e come Stato, non ha mai fatto una dichiarazione di responsabilità, che sarebbe peraltro più facile perché il governo italiano dell’epoca era il governo del fascismo, dunque di un regime che la Repubblica ha cacciato via». Del resto, solo nel ’96, annota Giulia Belardelli, un governo italiano ha riconosciuto che il governo fascista dell’epoca usò i gas proibiti in Etiopia.
270 tonnellate di aggressivi chimici e 1000 tonnellate di bombe all’iprite sbarcate segretamente, uso autorizzato da Mussolini il 27 ottobre 1935 sul fronte somalo-etiope.
«Sicuramente quello che è accaduto in Libia si configura come ciò che chiamiamo ‘crimini di guerra’ e ‘crimini contro l’umanità. Credo che non sia dirimente usare o no il termine genocidio; dovrebbe essere dirimente riconoscere in modo aperto che ci sono stati dei crimini commessi all’epoca», prosegue l.o storico.
Nel 1941 Winston Churchill, chiamò quello chi iniziava a sapere sulle persecuzioni naziste contro gli ebrei, “un crimine senza nome”. La parola genocidi -spiega lo storico-, nasce nel 1944, quando Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco, afferma che quello che sta avvenendo nei confronti degli ebrei – ma anche degli zingari e dei polacchi – «è ciò che potremmo chiamare genocidio usando questo intreccio tra il termine greco γένος (ghénos, “razza”, “stirpe”) e il suffisso ‘cidere’». Si tratta della volontà di sopprimere fisicamente un gruppo in quanto tale, un crimine che non esisteva nel diritto internazionale. Il genocidio degli ebrei è quello che ha permesso di concettualizzare il fatto e inventare anche il termine.
Lo storico mette in guardia da un uso strumentale della parola genocidio, facendo qualche esempio: «Ci sono gruppi che parlano di genocidio persino nei confronti dell’aborto: utilizzo propagandistico e ideologico del termine. Altri, per accentuare la violenza delle foibe, parlano di genocidio nei confronti degli italiani; anche qui, siamo di fronte a un utilizzo improprio: le foibe furono un atto di violenza estrema, ma circoscritto e con un carattere più politico che etnico. Altri ancora, sull’emozione e la volontà di difendere i palestinesi, parlano di genocidio a Gaza. C’è spesso un uso improprio di un termine che ha assunto la caratteristica di essere l’accusa peggiore che si possa fare».
Non capisco perché dobbiamo ricordare – giustamente – dove siamo stati vittime, mentre dobbiamo dimenticare in tutti i modi dove siamo stati carnefici.
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