
La guerra con Hamas, mentre continuano i bombardamenti su Gaza e il lancio di razzi su Tel Aviv, scivola così in uno scontro diretto sul campo dopo essersi aggravata nella serata di ieri di un altro dramma: un’intera famiglia, compresi quattro bambini e la madre incinta, è rimasta uccisa in un pesante bombardamento israeliano nella zona di Sheikh Zayed, nel nord di Gaza, che ha provocato almeno 11 morti e 50 feriti, secondo la ricostruzione dell’agenzia palestinese Wafa. Il bilancio, secondo il ministero della Sanità di Gaza, è salito ad oltre 100 morti (compresi 27 bambini), con oltre 500 feriti.
E non è servito da deterrente per l’operazione di terra neanche la grave situazione che Israele sta affrontando al suo interno, con le violenze incessanti tra ebrei ed arabi: un secondo fronte imprevisto che minaccia sviluppi devastanti.Il ministro della Difesa Benny Gantz ha ordinato “un massiccio rinforzo” delle forze di polizia nel tentativo di raffreddare “gli attacchi contro civili ebrei ed arabi”. Ma i disordini continuano a dilagare da sud a nord: da Bat Yam a Haifa, da Tiberiade al Negev alla periferia di Tel Aviv, fino a San Giovanni d’Acri.
Per tutta la notte, circa 160 aerei dell’Esercito israeliano hanno colpito nel nord della Striscia di Gaza, riferisce un comunicato delle Forze armate d’Israele citato dal Guardian. Troppi per quel piccolo bersaglio, forse a guardare presto oltre, tra Libano a Siria. Raid aerei e forze di terra, artiglieria e truppe corazzate che si sono schierate lungo il confine (e all’interno), hanno sparato centinaia di proiettili. L’obiettivo degli attacchi, si legge nel comunicato, era la rete dei tunnel sotterranei di Hamas, della quale “sono stati distrutti molti chilometri”.

Ieri secondo veto americano in Consiglio di Sicurezza: «controproducente condannare le bombe israeliane su Gaza e i missili di Hamas su Israele, meglio lavorare dietro le quinte». Tanto dietro che proprio non si vede. E negli Stati uniti salgono le voci critiche all’approccio dell’amministrazione, da Ocasio-Cortez alle celebrità. Silenzio assordante di Bruxelles, e nell’Ue ognuno per se. La Corte penale internazionale segue «l’escalation di violenze in Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza e la possibile commissione di crimini secondo lo Statuto di Roma».
«Se ci fossero state le elezioni, i sondaggi dicevano che i palestinesi di Gaza, governati da Hamas, avrebbero votato Fatah; quelli della Cisgiordania, amministrati da Fatah, avrebbero votato Hamas. Un esempio eclatante di fallimento per una classe dirigente nazionale, quale essa sia. Forse qualche similitudine c’e solo con quella israeliana, sempre più vicina alla quinta e forse ugualmente inutile elezione in poco più di due anni».
«I primi votano troppo, i secondi non votano da 15 anni. La differenza è che in Israele è stato comunque creato un sistema economico, sociale e di sicurezza, che funziona indipendentemente dalle risse partitiche; i secondi sono bloccati nella gabbia costruita attorno a loro dall’occupazione israeliana; e dentro questo recinto sono governati da incapaci».
«Ci eravamo ormai abituati all’assenza dei palestinesi dalle cronache del Medio Oriente: gli americani cercavano di starne il più lontano possibile, gli europei non avevano forza per incidere, gli arabi degli altri paesi erano troppo occupati dai loro conflitti. Tutti si erano stancati del finto velleitarismo di Fatah in Cisgiordania e dell’estremismo islamista di Hamas a Gaza, entrambi convinti che le posizioni di forza sul campo e nella diplomazia fossero presidiate da loro e non dagli israeliani».
«Molti israeliani oggi si riferiscono ai palestinesi chiamandoli semplicemente “arabi”. Gli estremisti al potere a Gaza, la gerontocrazia corrotta e incapace a Ramallah, servivano al loro disegno: isolare i palestinesi, farne dimenticare la causa, continuare indisturbati il furto di terre nei territori occupati. Ed ebraicizzare Gerusalemme “capitale eterna e indivisibile” d’Israele, sfrattando residenti arabi per affidarne le case ai coloni».
«Hamas con gli inutili razzi per darsi una ragion d’essere; Bibi Neanyahu con i muscoli, per prolungare il suo potere. Ma a dispetto degli occupanti, di chi li governa, delle cautele della diplomazia internazionale e del disinteresse dell’opinione pubblica, i palestinesi sono ancora lì. Esistono nonostante tutto. E come ogni popolo nella loro condizione, ogni tanto si ribellano anche sapendo di lottare per una causa disperata».
«Ma in qualche modo una disperazione viene espressa, è comprensibile e sarebbe utile ascoltarla. Ciò che sta accadendo forse spingerà Israele a chiedersi quanto, alla lunga, siano compatibili la democrazia, l’economia vibrante, le startup e l’organizzazione che ha sconfitto la pandemia, con l’immoralità dell’occupazione dei territori. Gli eventi di Gerusalemme rischiano d’isolare di nuovo Israele nella regione e di rovinare gli accordi di Abramo: nemmeno i ricchi regni ed emirati firmatari, possono ignorare quello che accade a Gerusalemme».
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