
Il vicepremier iracheno Fuad Hussein a Roma: «Molte aziende italiane operano in Iraq, ci sono ampie possibilità di investimenti, ma ci sono alcuni problemi risalenti ai tempi di Saddam».
Il vicepremier e ministro degli Esteri iracheno, in visita in Vaticano per ringraziare Papa Francesco per la recente visita nella suo Paese, si è poi rivolto al nostro ministro degli esteri Di Maio per trattate di cose molto più terrene. Ed Hussein fa sapere che «Sono in corso trattative per sbloccare la situazione. Il ministro Di Maio si è impegnato a far avanzare la questione», ha aggiunto. «Le trattative verranno valutate, e vedremo se riguarderanno lo sblocco delle armi acquistate o delle somme di denaro congelate», ci fiferisce l’Ansa.
Da specialista del vicino oriente più difficile, Lorenzo Cremonesi sul Corriere della sera, allarga il capo della partita anche finanziaria in corso. Prima la politica, e il vice premier riconosce che, «Grazie anche al contributo italiano, l’Iraq continua a combattere le cellule ancora attive di Isis. Un aiuto fondamentale per addestrare le nostre forze di sicurezza». Hussein parla con rispetto degli oltre mille soldati italiani in Iraq, la grande maggioranza impegnati nell’addestrare i peshmerga curdi nel Nord. Ma poi passa ai soldi.
Tuttavia, per facilitare i rapporti, sarebbe importante che l’Italia sbloccasse le somme e gli impegni che vennero posti sotto embargo al tempo della prima Guerra del Golfo durante il regime di Saddam Hussein nel 1991, riferisce Cremonesi. «Recuperarli è un nostro diritto. Non intendiamo rinunciarvi», ribadisce Hussein. Gli importi vanno ancora calcolati. A grandi linee, si parla di circa 60 milioni in commesse militari a Leonardo (allora Finmeccanica) e Fincantieri, più gli interessi. Poi esistono 30 milioni di euro congelati nelle banche italiane, in conti intestati all’ambasciata irachena.
Dopo l’assassinio per mano americana del comandante militare iraniano Qassem Soleimani il 3 gennaio 2020, il parlamento di Bagdad votò l’espulsione del contingente Usa. A che punto siamo, chiede Cremonesi. «Ne stiamo parlando con Washington. Per combattere le cellule di Isis restano di grande aiuto la loro aviazione e l’intelligence. Per il resto, i contingenti internazionali rimangono in Iraq per addestrare il nostro esercito. Al suo zenith, cinque anni fa, Isis occupava un terzo del nostro Paese con 200.000 combattenti. Oggi la sua dimensione territoriale è battuta. Ma la sua ideologia non è morta».