
Senza poterlo dire apertamente, ma per l’Italia, nonostante Regeni e Zaki, il Cairo è un cliente e un alleato necessario sottolinea su l’Espresso Carlo Tecce. «Il generale presidente Abdel Fattah al Sisi ha ottenuto le due fregate di classe Fremm a lungo bramate». Una l’ha ricevuta lo scorso dicembre, l’altra, a fine marzo, era pronta a salpare dalle officine liguri. «E da buon cliente soddisfatto – questa è la novità – si prepara a ordinarne altre due, come previsto da una postilla inserita nel contratto firmato lo scorso anno e sottaciuta dal governo Conte. Nell’attesa, negozia il costo del “supporto logistico”, pezzi di ricambio e di riserva, per la prima coppia di fregate.
L’Egitto ha firmato un contratto con la Francia per l’acquisto di 30 aerei da combattimento Rafale per 4,5 miliardi di euro che includono anche i motori Safran e i missili di MBDA. L’Italia aveva proposto al Cairo i caccia Eurofighter Typhoon. Il caccia francese era già stato esportato in 24 esemplari (16 Rafale B biposto e 8 Rafale C monoposto) è stato esportato anche in Qatar (24 velivoli ordinati nel 2015, 8 Rafale C e 8 Rafale B), India (36 velivoli ordinati nel 2016, 28 EH monoposto e 8 DH biposto) e Grecia (18 velivoli, ordinati quest’anno per 3,1 miliardi di dollari, 12 di seconda mano ex Aeronautica Francese e 6 nuovi).
La diplomazia ufficiale e in doppio petto dei grandi vertici, e poi i canali meno eleganti nobili e quindi nascosti degli affario anche sporchi, da sempre nel grande gioco della politica internazionale. Fra tutti, l’enorme settore fatto di compravendita di sistemi d’arma, unità navali, aeree, armamenti, che costituisce però non solo un gigantesco giro d’affari, ma anche un inevitabile elemento della diplomazia mondiale.
La Relazione governativa al parlamento sull’export di armamenti riletta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e pubblicata su InsideOver da Lorenzo Vita. Primo dato, 4 miliardi di export armamenti 2020, in calo per Covid. Due, l’Egitto si conferma il primo partner commerciale per il settore delle armi, con una quota di 991,2 milioni di euro col peso delle due Fremm. Seguono gli Stati Uniti con 456,4 milioni (con un aumento di vendite di 150 milioni), poi il Regno Unito con 352 milioni, il Qatar, la Germania e la Romania. E tra i primi dieci Paesi con il maggior numero di autorizzazioni nel 2020 spiccano anche Francia (ma drasticamente in calo), Turkmenistan, Arabia Saudita (nonostante lo stop a missili e bombe) e Corea del Sud.
Oltre le fregate vendute all’Egitto, e con imbarazzi almeno analoghi. La cessione di “midget submarine” prodotti da un’azienda lombarda e diretti in Qatar. Accordi per decine di milioni di euro con la Turchia per agenti chimici e lacrimogeni o tecnologia per il progetto Hurjet. E ci sono contratti anche per più di 30 milioni senza che sia possibile, spiega Gianluca Di Feo di Repubblica, capire chi sia l’acquirente. «Di fatto è una politica di Stato, che unisce Difesa, scelte tecnologiche, tutela di una filiera economica e costruzione di precisi canali di dialogo e collegamenti con il Paese con cui si intesse questa trama di rapporti commerciali».
Quello che può apparire come un semplice “mercato” nasconde in realtà una sfida globale che per sua stessa natura implica l’intervento delle politiche dei rispettivi Stati. È chiaro che la domanda incide notevolmente sulle esportazioni – non potrebbe essere altrimenti – ma è pur sempre vero che “affidarsi” a un esportatore piuttosto che a un altro coincide anche con la scelta di chi si vuole avere come partner a livello diplomatico. I due canali di dialogo si intrecciano in maniera inestricabile e questo implica che di fondo il mercato bellico è legato a doppio filo al governo e al sistema-Paese.
Conclusione cinica ma tristemente realistica, Chi sceglie di non vendere a un certo Paese, salvo accordo internazionale reale e rigoroso, non lo disarma ma cede solo mercato.